di Antonio Iannone

Cos’è il teatro? Questione spaventosa questa, ma di certo meno rispetto a quest’altra, che è alla prima inesorabilmente connessa: in che rapporto è l’entità teatro – comprensiva di recitante e recitato – con la mostruosa platea, che come Leviatano si massifica a occhio scrutatore? Quanto influisce il giudizio di questa sulla grandezza e soprattutto sull’eredità dell’opera? Purtroppo in una maniera così massiccia da risultare quasi tirannica.
Pasolini, nel redigere il proprio Manifesto sul Teatro di Parola opporrà a questo un Teatro di Chiacchiera e uno di Gesto, laddove il primo rappresenta un modo di vivere la scena conciliante con i gusti del pubblico, e il secondo con i suoi istinti più bassi, quelli capaci di andar contro il vivere civile per il buongusto dello scandalo. Si noti il pessimismo latente del friulano che in maniera forse involontaria scrive dell’assoluto annichilimento dell’autore nella propria opera, la quale diviene vincolata ai feticismi dell’osservante. Come comportarsi, allora, di fronte all’abisso appena presentato? Eduardo De Filippo trova la soluzione: millantare pathos verso il pubblico per riuscire a imporre la propria tirannide in scena. Egli trasforma il teatro in un rapporto di classe.

Lontani dalle prime, fortunate commedie dei giorni pari che ancora accarezzavano il destinatario perché derivate dall’esperienza paterna della scena come farsa – il personaggio di Felice Sciosciammocca generato dalla penna di Scarpetta non era altri che un Pulcinella imborghesito -, si guardi alle ultime, segnate dall’esperienza della seconda Guerra che aveva cambiato l’aspetto morfologico degli obiettivi del commediografo. Ecco i quasi dimenticati giorni dispari, commedie incattivite dal tragico del destino, da una giustizia utopica che provoca vecchiaia, da una sordità comune che fa leva su un desiderio di non accettazione. Qual è la discriminante fra il recitato a monte e l’improvvisato su base reale?, sembra chiedersi il Campese motore de L’Arte della Commedia. Chi è l’uomo e chi l’attore, nel momento in cui il secondo non può fregiarsi d’esser riconosciuto dallo Stato e si presenta nient’altro che un individuo immerso nella tecnica? La figura umana viene spinta a muoversi da sé stessa, da certe voci che le sono dentro e che la fanno muta all’esterno, perché uno Stato sordo non può che generare figli muti.
Ecco il tema della giustizia terrena che ritornerà tra le battute di molte tragedie della seconda cantata: Mi spiego? E’ giusto?, ripeterà per tutta la tragedia omonima il giovane De Pretore Vincenzo, che chiude gli occhi in una nuova Melizzano mentre la sua donna s’accorge che nel mondo terreno, giusto o non giusto che sia, il loro destino è far la parte dei Nessuno.
S’inserisce, quindi, nell’opera eduardiana un’idea che sembra derivata dal Verga dei Malavoglia declinata però, non più al nucleo familiare, ma all’intera identità cittadina a causa di cui non si viene fuori dalla propria costrizione sociale. Dove rifugiarsi, allora?

La famiglia si evolve in un coacervo d’identità perdute che ritrovano briciole di pace in un certo calore, anche pre-costruito, anche immaginifico e recitato, ma pur sempre vestito d’intimità. L’anima pura non può che votarsi al santo che le permetta di fuggire dalla società civile costruita sulle piccole borghesie anelate e sui tradimenti fugaci che ne ravvivano la fiamma: nel mutismo, nel pianto, nella rivolta operosa contro lo stato delle cose. Così il teatro di Eduardo cammina nell’aridità degli anni successivi alla guerra, in cui non è scoppiata alcuna nuova economia e dove la ricchezza è nient’altro che immaginazione affascinante. Con Napoli Milionaria! Il teatro subisce un processo di chiusura, che trova avvio nell’estrema popolarità -I De Filippo sono monumento nazionale, ebbe a dire Mussolini- e cessazione in un mascheramento della nuova borghesia dietro il dramma familiare e identitario, in un paese irriconoscibile dentro cui persino la scrittura di scena e il suo proprio seguito si ritrovano soffocati dal notturno algido e indifferente che non produce mattino.

Eppure dovrà passare la notte.