Ritorna alla carica il pensiero boldrininiano sull’immigrazione, sull’integrazione e i conseguenti accorati appelli allo ius culturae e all’accoglienza. Non si tragga spunto per demagogia et similia, attorno a una retorica sulla razza o su una presunta idea di patria che taluni individui millantano, salvo poi calpestarla. L’idea di cultura e la sua appartenenza a un popolo è qualcosa che va ben oltre la strumentalizzazione per finalità elettorali, con le conseguenti derive di odi et amo a seconda della barricata.

Capire la cultura, di massa, intesa come il complesso dei valori, delle tradizioni, dei comportamenti che ci portiamo dietro sin dalla nascita, è qualcosa di diverso rispetto all’apprendimento, alla mera acquisizione di informazioni. C’è una sorta di giro di boa nella mente delle persone che si colloca attorno ai 10 anni, età nella quale abbiamo già acquisito tutto il bagaglio esperienziale che segnerà la nostra vita, il modo in cui ci relazioneremo agli altri, i modi in cui agiremo. E non sono modificabili, neanche tra generazioni. Il modello della cultura nazionale elaborato dallo studioso olandese Geert Hofstede tra la fine degli anni ’70 e l’inizio degli anni ’80, e tuttora in aggiornamento, ci dice proprio questo:

La cultura di una nazione non si può cambiare. Tuttavia, essa va compresa e rispettata.

Geert Hofstede

Il modello di Hofstede, ricavato dalla necessità da parte di un’azienda globale come IBM di comprendere la cultura organizzativa interna già alla fine degli anni ’70, è rimasto pressoché invariato dall’epoca: le dimensioni (ciascuno dei sei indici di cui si compone il modello) sono state ricalcolate poche volte nei decenni, mantenendo del tutto identica la posizione relativa dei singoli Paesi. Ciò, naturalmente, indica un solo risultato possibile: che le culture di gruppo (in questo caso nazioni) differiscono le une dalle altre e sono immutabili, anche nel loro confronto. Tale assunto, largamente accettato nella comunità scientifica, ritrova una serie di declinazioni multisettoriali in ambito economico, politico e sociale. L’immigrazione di massa che oggi l’Europa affronta, apparentemente senza voler trovare una soluzione, è un esempio calzante sul quale applicare le differenze culturali dei singoli stati.

L’Italia, il nostro esempio culturale di appartenenza, si trova al centro del dibattito sulla redistribuzione dei migranti e sulle questioni relative all’accoglienza e alla possibile integrazione di queste persone. Esistono in particolare due dimensioni di questo modello, dette “mascolinità” e “avversione all’incertezza”: la prima fa riferimento al senso di importanza conferito alla stereotipicità valoriale tra i sessi, come materialismo, ambizione, assertività da un lato e l’enfasi data alle relazioni umane dall’altro. Il secondo, invece, risulta come il grado di rifiuto dell’incertezza, dell’ambiguità e del livello di stress di fronte al cambiamento. Il nostro Paese, neanche a dirlo, sulla scala di Hofstede presenta degli alti valori per entrambe le dimensioni, dimostrando una forte concentrazione verso l’ambizione e la competitività, e dall’altro lato un forte stress e una avversione al cambiamento.

Tutto ciò, dunque, secondo quanto postulato dallo studioso olandese avrebbe un impatto stressante sulla vita delle persone e genererebbe un forte rigetto dell’ambiguità, che si declina in ambito politico e sociale con una forte propensione al decisionismo e alla risolutezza. Il successo di Salvini, dunque, può essere spiegato in questo senso sulla base di decise promesse rispetto alla soluzione di un problema senza dubbio rilevante per la cultura italiana. Il forte carattere individualista e mascolino della nostra cultura di massa, infatti, propende per il rifiuto di ciò che è visto come problematico e promotore di incertezza.

La situazione di crisi economica in cui l’Italia versa da ormai un decennio – nonostante i problemi del Paese siano evidentemente strutturali da oltre quarant’anni – accentua ulteriormente quelle che sono le caratteristiche di una nazione che si rivela inadatta a un retroterra culturale e sociale, proprio dei Paesi dell’Europa centrale e settentrionale, verso cui spinge l’Unione Europea, la quale dimostra di fatto di forzare verso un’ibridazione culturale che non riconosce la diversità in senso lato.

Paradossalmente la soluzione più sensata, facendo fede a un modello che non pare esacerbare le necessità del Paese reale, sarebbe quella di spingere per una razionale movimentazione dei migranti verso i Paesi scandinavi, dove bassi livelli di mascolinità, individualismo e avversione all’incertezza faciliterebbero un processo integrativo che già è divenuto una bomba a orologeria in tutto il continente.

Il “problema”, se così può definirsi, prettamente italiano ma non solo, non è da collocarsi in una vera cruda manifestazione di razzismo di fondo, o di una aprioristica mancanza di apertura verso la diversità, di xenofobia. La vera questione riguarda la mancanza di una reale risposta a questi shock sociali che producono inevitabilmente delle incertezze sul piano della vita dei cittadini. L’introduzione nel sistema economico di individui disposti ad accettare livelli salariali più bassi crea una forte insofferenza in un tessuto sociale già martoriato dalla percepita lontananza della struttura governativa rispetto a un Paese che rimpiange il proprio benessere economico. A ciò si aggiunge una forte preoccupazione rispetto a un mancato ricambio generazionale che fossilizza l’Italia, riducendo drasticamente le speranze di ripresa di lungo periodo.

Quello di cui oggi il Paese ha bisogno non è una prospettiva incerta e ambigua, ma una decisa sterzata verso una prospettiva futura, di lungo periodo, che dia sicurezza. Forse è per questo che detti come “si stava meglio quando si stava peggio” sono più inflazionati che mai. Oggi mancano le risposte a una serie di interrogativi sul futuro. Forse, tutto ciò spiega perché i cittadini sperano – più che credere – in fenomeni di rottura come lo sono stati il grillismo o il salvinismo. Niente di rivoluzionario, non è nella nostra indole, solo speranza di tranquillità.