Da quando i social network occupano un ruolo di prim’ordine sul moderno scenario della comunicazione, vengono costantemente divulgate statistiche di diffusione, incremento, decremento riguardanti l’utenza delle principali piattaforme. Se da una parte sono utili per tracciare le linee di uno sviluppo diacronico dei social, dall’altra, numeri, stime e classifiche nulla aggiungono ai risultati di un’analisi di tipo qualitativo che evidenzia un’alta pervasività di tali strumenti di comunicazione. Interessante spunto per un’ interpretazione di dati quantitativi è offerto dal recente traguardo raggiunto da Instagram che con 400 milioni di utenti (dai 100 milioni di followers nel febbraio 2013, ai 200 nel marzo 2014, fino all’ultimo traguardo) ha rapidamente superato il più anziano Twitter (lanciato quattro anni prima, nel 2006) che di utenti ne registra 316 milioni. Se con i suoi 1 miliardo e 400 milioni di utenti attivi, Facebook rimane saldo al primo posto, grazie alla sua polifunzionalità comunicativa, la competizione tra Twitter e Instagram si risolve nello scontro fra due modelli diversi di comunicazione. Entrambi ‘esclusivi’, uno è basato su messaggi di testo necessariamente brevi (massimo 140 caratteri), l’altro sul caricamento di immagini. Dietro la competizione di mercato, l’antagonismo fra le due piattaforme rispecchia un bipolarismo fra parola ed immagine, mostrando un netto e crescente predominio della seconda sulla prima. Al di là di ogni opposizione, certo è che ciascuna delle due modalità di comunicazione risulta essere conformata ai canoni della dittatura dell’istantaneità, dunque aderente a funzionalità ed immediatezza del messaggio, il cui medium (testo o immagine che sia) è sfrondato di ogni suo aspetto accessorio, privo di ogni complessità. A livello testuale, Twitter rappresenta il punto di arrivo di un processo di semplificazione del linguaggio (a livello sia qualitativo che quantitativo) partito da molto lontano, i cui prodromi sono visibili nel lento assorbimento del fenomeno dei Blog e nel dirottamento ai 140 caratteri di massima lunghezza, senza dilungamenti, divagazioni, descrizioni, qualificazioni.

Il messaggio è interessante perché strettamente attuale, comprensibile perché facile, immediato perché di rapida diffusione. Domanda ed offerta di immediatezza, in fondo, si influenzano a vicenda: i ritmi frenetici imposti “dall’alto”, dalla Modernità, trovano riscontro, “in basso”, nella generale insofferenza ai “lunghi racconti” e a qualunque pratica di tipo esegetico. Se i 140 caratteri-soglia minima di comunicabilità sono efficaci per ciò che concerne la loro funzione semiotica, configurandosi come qualcosa di materialmente presente (un segno) che rinvia a qualcos’altro di assente (significato), lo stesso non si può dire dell’immagine così come essa è veicolata da Instagram che invece di stare pro aliquo (al posto di qualcos’altro) sta pro se. Su social di questo tipo, l’immagine interrompe il classico processo di comunicazione creandone uno nuovo, imperfetto perché chiuso e autoreferenziale. La condivisione quasi compulsiva di foto, sempre di più tende all’ auto-rappresentazione o alla rappresentazione dell’ordinario – dai piatti di pasta, alle foto in ascensore o quelle dal dentista, a scatti ravvicinati di sé stessi o delle proprie unghie.
Lontani da un uso comunicativo delle immagini, oggi forse confinato al solo ambito pubblicitario, ci si trova di fronte ad una rappresentazione personale della realtà in costante aggiornamento, ad un prototipo di  utente che nulla ha da comunicare e che null’altro richiama, sottintende, suggerisce rispetto all’ immagine in sé per sé.

La vittoria delle immagini autoreferenziali sulla comunicabilità della parola coincide col superamento della realtà da parte della mera rappresentazione della stessa. Su Instagram non si bada a pubblicare qualcosa chesporadicamente ed eccezionalmente cattura l’attenzione; l’utente sia attivamente (pubblicando contenuti propri) che passivamente (guardando quelli degli altri) sembra essere totalmente immunizzato alla trasmissione e alla ricezione di un messaggio. Tali evidenze derivanti da un comportamento “virtuale” eppure reale, sembrano quasi potersi configurare come derive estreme delle osservazioni di Georg Simmel su uomo e comunicazione visuale in contesto urbano metropolitano. Le innumerevoli sollecitazioni di quest’ultimo sortiscono sul cittadino un effetto passivizzante, rendendolo da attore (un tempo emotivamente partecipe del mondo naturale che lo circondava) a spettatore (che di fronte ad una molteplicità di manifestazioni, è costretto a ridurre la portata emotiva della maggior parte di esse). Il grado d’ indifferenza emotiva raggiunto dal cittadino di Simmel, non è poi tanto diverso dalla incomunicabilità dell’utente moderno. Anch’egli, spettatore, osserva immagini vuote proposte da altri e non vi partecipa; anch’egli, attore, ne pubblica altrettante della stessa tipologia, mantenendo in vita un sistema di comunicazione fallito perché costituito da simboli privi di referenti esterni, significanti senza significato, feticcio autoreferenziale che pure nel rappresentare sé stesso fallisce, falsato com’è da filtri, luminosità, contrasto.