di Filippo Pedretti

«Quando verrà il grande risveglio? Lo ignoro, ma di questo risveglio non dubito affatto. Siamo i primi Europei posti davanti all’obbligo di ripensare interamente la nostra identità attraverso un ritorno alle nostre fonti più autentiche. È un’Antichità vivente, che abbiamo il compito di reinventare. Un mito creatore. Questo non può avvenire soltanto con scritti e parole. Lo sforzo intenso di rifondare deve essere reso autentico da atti che abbiano un valore sacrificale e fondatore» Dominique Venner

E’ il 21 maggio 2013. Le antiche geometrie della cattedrale di Notre Dame, che celano un mistero universale e antico, fanno da teatro al gesto estremo di un uomo che ha deciso di incontrare un altro mistero: quello tutto personale della morte. Quest’uomo è Dominique Venner. Lo aveva annunciato sul suo blog: “un gesto spettacolare”. Cercava un gesto simbolico, portatore di un appello, così chiassoso da non poter passare inascoltato. Chiassoso come un colpo di pistola dritto in bocca su uno degli altari più famosi d’Europa. E’capitato che qualcuno si suicidasse lanciandosi dai campanili della cattedrale;  mai nessuno lo aveva fatto all’interno. Dal dentro, come la morte che avanza nel cuore della nostra “civiltà occidentale”, che Venner smaschera e denuncia. Un atto di volontà contro il nulla incipiente nello spirito di questi tempi ultimi. La consacrazione di un istante eterno che vale tutta la vita. Chi era? Uno storico, un intellettuale. Un “reazionario”, vicino alla Nouvelle Droite, un nostalgico di quell’Idea di Europa troppe volte calpestata. Chi è diventato dopo quel 21 maggio? Una celebrità? Non di certo. Lo spirito di quell’azione è troppo forte per far sì che venisse relegato a questo status, che diventasse un intellettuale “di tendenza’’per poi scomparire nell’oblio in pochi mesi. Un eroe? Ma no: gli eroi si sacrificano per un bene materiale; per vincere una battaglia o per salvare la vita a qualcuno,ad esempio. La sua morte “è priva di utilità pratica’’: parole sue. Venner è, invece, un martire. Ex parà, con l’ultimo volo verso l’aldilà ci scaraventa tutti quanti in un sistema di idee e azioni che avevamo scordato, bombardati dall’insensatezza dell’oggi. Un mondo dove la morte voluta, “non subita’’, si riveste di una testimonianza dal valore assoluto, che va oltre la fama e l’utile terreno. Un  sacrificio estremo per dichiarare una speranza che, per Dominique Venner, coincide con il risveglio dell’Europa.

Già, il Vecchio Continente: Europa come corpo, come anima, come spirito. La culla di una civiltà, il terreno dello svolgersi del genio creativo di un popolo, la sede della nascita di una potenza che ha attraversato i millenni. L’Europa è l’Idea che costituisce l’origine, un fondamento che Venner spera di ritrovare, un senso senza il quale lui non sarebbe stato e noi non saremmo. Va oltre la geografia, le istituzioni, trascende i confini fisici. E’ Tradizione, ciò che “non è il passato, ma ciò che non passa.’’ Tradizione che quella cattedrale a Parigi simboleggia perfettamente, considerata sacra dal  Cattolicesimo e (allo stesso tempo) costruita su antichi luoghi di culto pagani. Una memoria, soprattutto; una millenaria narrazione che Venner fa principiare con Omero, individuando un’origine comune precisa. Un racconto che unisce tutti noi e permea di un senso ultimo, stabilendo un fondamento, le nostre esistenze e il nostro agire. L’Europa costituisce la nostra identità e il nostro spirito; e se oggi, nel mondo della globalizzazione e dei diritti illimitati (perchè quella di Venner è anche una denuncia dell’apeiron, cifra delle derive moderniste), in un’epoca di bruttezza, bassezza morale e falsità, in un processo di negazione di ciò che ha sempre corrisposto alla Norma, ecco che  “Esistere significa combattere ciò che mi nega”; ecco che un atto di rivolta è necessario per  “Le coeur rebelle’’. Tutti noi abbiamo pensato, perché era impossibile non farlo, a un altro suicidio; l’harakiri di Yukio Mishima. Il sacrificio estremo per risvegliare gli animi di chi non s’accorge di quanto sta perdendo, mentre si va accelerando all’impazzata verso il nulla del progressismo e della conformazione planetaria. L’ultima testimonianza della fine di tutto ciò che si ama e che si è. Entrambi lasciano un testamento, entrambi lasciano una viva speranza, entrambi vanno fino in fondo. Non a caso, l’ultimo libro (postumo) di Venner si intitola proprio “Un samurai d’occidente’’. Il suo suicidio non è il gesto di un folle o un disperato, di chi rinuncia alla vita per sfinimento o per impossibilità a viverla. E’ un sacrificio voluto, sentito, che si iscrive nelle esperienze d’onore di chi riconosce un valore più alto della propria vita al quale immolarsi.

“Sento il dovere di agire finché ne ho la forza; ritengo necessario sacrificarmi per rompere la letargia che ci sopraffà. Offro quel che rimane della mia vita nell’intenzione di una protesta e di una fondazione.’’

Così ci dice, nella sua ultima lettera rivolta all’Europa. Ripartire dalle nostre radici, dai nostri antenati, dalla nostra cultura. La nostra esistenza è talmente legata a ciò che, qualora ne venisse privata, non avrebbe più senso. Il legame con la nostra vita e le nostre Tradizioni è così stretto che Venner ce lo ha mostrato, bagnando i pavimenti secolari di Notre Dame col proprio sangue, in un’unione inscindibile tra sé e la propria storia. Spetta a noi, solo a noi, raccogliere questa speranza e trasformarla in necessità. Ritrovare quello Ius, quella legge, quella norma che abbiamo dimenticato. Far ripartire quello splendido mito che è la nostra Tradizione. Riscoprirci europei e combattere il nulla che avanza: “Risvegliare le nostre coscienze addormentate, Insorgere contro la fatalità’’.