In questi giorni una fotografia scattata da Barbara Kinney è diventata virale ed è stata al centro di molte discussioni. Si tratta di uno scatto eseguito durante la campagna presidenziale di Hillary Clinton ad Orlando. La particolarità di questa foto è la massiccia presenza di pubblico intento a fare un selfie con la candidata, piuttosto che fotografarla frontalmente. Questa scena irreale ha dato la stura ad una serie di commenti critici sul narcisismo delle nuove generazioni, che vogliono apparire in ogni foto per poterla poi mostrare come un piccolo trofeo, “assieme” alla candidata Hillary Clinton. Ma non è questo l’episodio migliore per misurare il narcisismo, più o meno grande, delle attuali generazioni. È impensabile definire una generazione con una sola fotografia, poiché sarebbe un esercizio semplicistico e riduttivo. La fotografia in questione, invece, è molto rilevante sotto altri punti di vista.

Rivela un diverso rapporto visivo che ci lega con personalità famose o politici importanti. Quando avviene un incontro con una persona ricca di notorietà, si vuole una foto assieme a lei, e non di lei.  La creazione di un album fotografico virtuale in cui fotografiamo noi stessi, soddisfa il bisogno di manifestare la propria presenza nel mondo, con una bacheca pubblica in cui poter gridare “ci sono anche io”. È una percezione personale di esistenza, presente solo se immortalati in una foto, e che ci porta a considerare come reale l’incontro con il personaggio solo se digitalizzato in uno scatto fugace. Lo zeigest, ovvero il segno dei tempi, il cambiamento dei nostri comportamenti e della loro percezione nella nostra società, si presenta anche in momenti brevi e concitati, come l’incontro, forse unico nella vita, con una “celebrità”. All’inizio del secolo scorso, incontrando un candidato alla presidenza, il comportamento più spontaneo sarebbe stato di stringere la mano al candidato. Alla fine del secolo scorso, invece, avremmo scattato una foto del candidato. Ora invece la foto è con il candidato e i protagonisti siamo noi. 

Non si tratta di narcisismo. La nostra cultura visuale è in continuo evolversi e chi vuole estrarre da questa foto uno spaccato della società moderna, farebbe bene a considerare tutti i segnali che essa racchiude. Focalizzarsi sul narcisistico selfie, significa ignorare ad esempio che il pubblico è composto di sole donne, che nessuno ha una macchina fotografica ma solo smartphone, o che la candidata si trova su una piccola piattaforma per ottimizzare proprio la possibilità di essere ritratta in foto. Chi critica i protagonisti di narcisismo, per l’uso di quella fotografia come gratificazione del loro presenzialismo, non è meno criticabile di loro, in quanto l’utilizza come codice di lettura della nostra società in maniera superficiale e facilmente strumentalizzabile. Una fotografia racconta solo se stessa e chi le usa per giudicare è armato solo di apparenza.