Prima di partire per gli Stati Uniti i sentimenti che attanagliano la mente e lo spirito sono controversi. Il pensiero, infatti, da un lato è rivolto all’immagine guerrafondaia e consumista, che gli States continuano ad esportare, a forza di bombe e McDonald’s, in tutto il mondo; dall’altro a quell’incredibile serie di suggestioni che, più o meno consciamente, fanno parte della vita di molti: dai taxi gialli (magari con Robert De Niro dentro) al jazz, dai supereroi dei fumetti a Marylin Monroe e Andy Warhol. Le sensazioni potrebbero essere certamente anche altre, generate dal vissuto di ognuno. Ecco perché questo articolo non vuole essere una descrizione totalizzante, ma un resoconto di un’esperienza personale a New York, una città dalle tante facce e per questo impossibile da liquidare con facili giudizi.

Innanzitutto, parlare della “Grande Mela” come un’unica entità è già un errore. In New York le città si sovrappongono tra loro, compenetrandosi e allo stesso tempo differenziandosi, così come attestano le cinque circoscrizioni principali: cosa hanno in comune i maestosi grattacieli di Manhattan, con le casette del Soundview nel Bronx? Poco, o niente. Ma anche all’interno degli stessi distretti, le realtà sono molto diverse. Si pensi a Manhattan (nome derivante dalla parola in lingua unami Mannahatta, “terra delle colline”), che ha il suo fulcro in Times Square, la quale (con i suoi immensi cartelli pubblicitari, dove il contenuto propagandistico lascia il posto alla forma stupefacente) avvolge i visitatori, come uno dei vari dripping di Jackson Pollock visibili al MOMA. Passata la piazza, continuando sulla Seventh Avenue, parallela a Broadway (dove assistere ad un musical è un obbligo), si passa vicino alla Carnegie Hall, luogo di culto per la musica classica, per poi giungere a Central Park, in cui il caos cittadino cede lentamente il passo alla tranquillità naturale, in un suggestivo incontro tra alberi (interni) e grattacieli (esterni).

La Land of the hills (in cui convivono Wall Street, la degradata Chinatown, l’intellettuale Greenwich Villagee la composta Harlem)racchiude al suo interno dei veri e propri templi dell’epoca moderna, come l’Empire State Building, il colosso di 381 metri, scalato cinematograficamente da King Kong nel 1933. L’Empire, però, ha da tempo perduto il primato di grattacielo più alto. Adesso, infatti, è stato superato da innumerevoli nuovi edifici. Su tutti, spicca il One World Observatory, che con i suoi 541 metri è la seconda vetta artificiale della Terra (la prima è a Dubai). Si immagini di scalare una montagna in un minuto, il tempo impiegato dall’ascensore per raggiungere l’ultimo piano (il centoduesimo) e di avere ai propri piedi tutta (perché la visione è circolare) New York: semplicemente da togliere il fiato. Da lassù, enormi costruzioni, come il ponte di Brooklyn e la Statua della libertà, sembrano dei piccoli puntini, in un’immensa tavola. Già, la Statua. Simbolo ideologico per eccellenza della libertà made in the Usa (individualista, progressista, ecc…), essa è visitabile al suo interno e raggiungibile quasi sino in cima. Vicino al suo isolotto, c’è Ellis island, una vera e propria “patria dell’immigrazione”, che ha visto sbarcare, tra l’altro, milioni di italiani. Come scrive Paolo Cognetti, nella prefazione a New York Stories: «New York non è la città di chi ci è nato, ma quella di chi l’ha molto desiderata, e ha dovuto combatterne per farne parte […] chi la immagina come una capitale dell’arte, o del lusso, o della moda, dimentica che New York è stata soprattutto la capitale dell’emigrazione, un gigantesco esperimento di convivenza umana». Da queste parole si può cogliere la differenza fondamentale, troppo raramente messa in luce, tra il concetto di nazionalità negli Stati Uniti (vero e proprio paese di immigrati) e quello di tradizione europea, legato alla territorialità, che rende le due realtà molto diverse e difficilmente equiparabili. Si potrebbe affermare, sulla scia di Ferdinand Tönnies, che New York (dove si parlano quarantadue lingue, di cui una è l’inglese) non è mai stata una comunità, ma sempre una società. Bisogna riconoscere, però, che questa originaria artificialità si è tramutata in quel “gigantesco esperimento” di cui parla Cognetti, nel quale le diverse culture, pur commistionandosi, sono (ancora) riconoscibili.

Questo lo si capisce benissimo quando, la domenica di Pasqua, ci si reca a Soundview, nel Bronx, nella chiesa battista di Green Pasture, ospitati dalla comunità nera locale, una delle più povere di tutta New York, che dà vita ad uno spettacolo gospel incredibile, grazie al quale si entra in contatto con un modo di concepire il divino completamente diverso da quello a cui si è abituati. È lì, tra le note dei vari Hallelujah e di Happy Days, contemplando l’estrema dignità di quelle persone, impegnate costantemente a rafforzare ciò che hanno conquistato nel tempo, e che magari hanno perso dei cari, per motivi di droga o in uno scontro tra bande, che si capisce l’estrema lontananza di quella New York, dalle vette dei grattacieli di Manhattan: come in un film passano sotto gli occhi le diseguaglianze di una società opulenta, che ha tradito, almeno in parte, il suo sogno originario, salvando solamente le possibilità e non curandosi dei risultati. Avvolti fra invocazioni, canti e battiti di mani, si pensa alla cascata all’interno della Trump Tower, al Rockefeller Center, alla Fifth Avenue di Colazione da Tiffany, alle continue costruzioni nei pressi del World Trade Center, paragonate alla fiera modestia di quel contesto, capace di suscitare forti emozioni e di raggiungere lo spirito di tutti al di là dello specifico credo, per poi essere accompagnati fuori, in una spirale di ringraziamenti, sorrisi e saluti. God bless you, dice un anziano, stringendo calorosamente la mano dei passanti, sancendo la fine del rito e facendo tornare tutti alla realtà. Amen.