Il tema dell’immigrazione, nel panorama mediatico, culturale e di dibattito collettivo, è, indubbiamente, uno tra i più centrali ed incisivi, a causa delle profonde conseguenze che, sul piano sociale, si accompagnano a tale fenomeno. Mai come in questo periodo le nazioni si sono trovate a dover subire e, di conseguenza, affrontare ondate migratorie di tale portata, sbarchi sulle coste del mediterraneo numericamente così massicce e a ritmo giornalmente così intenso. Il fenomeno migratorio é divenuto, da semplice trasmigrazione (appunto) di gruppi umani, da un territorio ad un altro, un vero e proprio problema inserito nei rapporti di potere, di relazione umana e culturale del nostro tempo. Un problema che, in quanto tale, necessita di una sua risoluzione che, tuttavia, come i fatti di cronaca spesso confermano (tanto che da mero problema sociale iniziale si é passati alla creazione di una vera e propria “crisi” internazionale), non riesce a trovare il suo giusto punto di pacificazione. Sempre più nazioni (tra le quali l’Italia), pressate in maniera considerevole da un debito pubblico impressionante, da una difficoltà manifesta nella gestione della disoccupazione interna e da altre problematicità evidenti, si trovano nella scomoda posizione di dover, anche, fare i conti con un numero di uomini e donne (le quali rivendicano l’esigenza di essere ospitati) altamente superiore rispetto alle capacità reali di mantenimento ed inserimento sociale in loro possesso.

Il fenomeno migratorio, con insistenza massiccia, è divenuto, altresì, tema di profonda controversia politica è scontro tra parti, in grado di partorire snervanti retoriche e tormentoni ideologici che, di fatto, alimentano la persistenza del problema. Dinnanzi questa scissione ideologica, abbiamo, inoltre, sul fronte internazionale, un sistema europeo che, obiettivamente, fatica non poco a porre fine alla questione e (per volontà pre-architettata o per incapacità reale) non riesce a trovare una linea di cooperazione e di unione equa e razionale tra le nazioni. Un sistema europeo che, con molta concretezza e cinico pragmatismo, impugna il coltello dell’austerità quando si tratta di imporre ai popoli i “sacri” dogmi finanziari della moneta unica, ma che non si dimostra altrettanto risoluta nella gestione di un dramma sociale in grado di produrre i suoi effetti più nocivi sulla dignità culturale ed economica dei singoli paesi. Questo eccesso di sbarchi e flussi umani, che sta trovando un suo apice massimo proprio in quest’ultimo periodo (anche se non è detto che in futuro non sarà anche superiore), si sviluppa a partire dall’esistenza di fatti di portata sociale e politica piuttosto recenti. I principali episodi storici che hanno costretto innumerevoli uomini e donne ad abbandonare le proprie terre per raggiungere l’Europa, sono specialmente (come, tuttavia, è quasi ormai saputo), il crollo dei regimi nordafricani (con le conseguenti cosiddette “primavere arabe”), la guerra civile siriana e l’emergere del nuovo stato del califfato islamico. Infatti, la continua affermazione per la quale buona parte del numero degli attuali migranti fuggirebbe dalla guerra é del tutto vera, ma questo non giustifica, di certo, la persistenza continua, senza sosta, senza legge e senza controllo di tali ondate. Altro elemento é che (tralasciando le retoriche varie) si ha che fare con esseri umani che non meritano la morte nelle acque del mediterraneo. È anche per questo che un certo irrazionale procedere deve trovare un proprio luogo di risoluzione ed una politica di gestione dei flussi e distribuzione del numero di migranti assorbibile dai paesi ospitanti.

In secondo luogo le istituzioni europee ed i singoli paesi europei dovrebbero seriamente iniziare a considerare la strategia politica della creazione di strutture o meccanismi di sostegno economico e finanziario allo sviluppo dei paesi d’origine dei migranti (al fine di limitare la necessità dei flussi migratori) e abbattimento di quelle che sono le cause principali di tutto questo (a partire da quella guerra civile siriana e quell’ostilità continua verso il governo siriano che, di fatto, alimenta questo circolo e, in parte, delegittima il senso d’identità e di autodeterminazione del popolo siriano). Un popolo, infatti, ha diritto a svilupparsi e prosperare nella propria terra d’origine. Sul piano culturale, infatti, questo (fortemente strumentalizzato) fenomeno sociale dell’immigrazione, questa immigrazione disinibita e poco contenuta, potrebbe produrre gli effetti di una totale decostruzione delle strutture identitarie nazionali e delle culture particolari.

Questa logica del multiculturalismo ad oltranza, altro non é che un tentativo di unificare tutte le culture in un unico agglomerato distruggendo la particolarità stessa di ogni singola identità. Inoltre, l’incontro tra culture e popoli differenti può essere costruttivo soltanto se non v’é un assorbimento di una ai danni dell’altra e, soprattutto, se questo rapporto di incontro trova il proprio equilibrio e limite razionale. Altrimenti diviene semplice e puro scontro di popoli e di culture. Tuttavia, le ambizioni più subdole di questo decadente sistema europeo, non sembrano essere rivolte propriamente al mantenimento dell’identità comunitaria dei singoli popoli e delle singole nazioni. Questo processo di perdita di controllo del fenomeno lo conferma. La legittima speranza futura é che questo delicato problema, in futuro, riesca a raggiungere uno stato di risoluzione conclusiva, che non vada a ledere quelli che sono gli interessi dei singoli popoli sovrani. Di certo, quello dell’immigrazione è un dato reale che apre le porte ad un fronte politico nuovo che necessita, inevitabilmente, di non essere ignorato.