di Pierfilippo Saviotti

Che Donald Trump fosse il personaggio del momento, se ne erano accorti tutti. Ma che il candidato repubblicano alla Casa Bianca avesse addirittura ‘inventato’ un nuovo linguaggio, è passato inosservato a molti. Un interessante articolo pubblicato su «il Foglio» nei giorni scorsi, a firma di Mattia Ferraresi, offre diversi spunti per lo studio del “trumpese”, lingua diventata appannaggio dell’imprenditore newyorkese. La base da cui deve partire il ragionamento, scrive Ferraresi, è il cosiddetto “Basic English”, versione semplificata ma rigorosa dell’inglese. Un vocabolario di soli 850 termini, e appena diciotto verbi, con l’unico intento di rendersi comprensibili al massimo, utile per l’apprendimento della lingua da parte degli stranieri. Il primo a cogliere il potenziale negativo dell’inglese basilare fu George Orwell, che su queste premesse costruì le fondamenta della “neolingua” del suo «1984».

Nessuno però, nell’ambito del discorso democratico, aveva ancora avuto l’idea, o il coraggio, di mettere in pratica una sorta di Basic English a scopi elettorali o propagandistici. Ed ecco farsi spazio Donald Trump, primo assoluto in questa scelta di comunicazione politica. Il “trumpese” nasce come idioma ipersemplificato di meno di mille vocaboli, perlopiù monosillabi, pochissimi verbi, molti avverbi e ancora più aggettivi. Caratteristica principale è però la totale assenza di distinzioni tra discorso scritto e parlato. Perfino i comunicati stampa sono assolute trasposizioni di testi adatti per conferenze orali, con stile colloquiale e massiccio uso della seconda persona singolare, che dona un carattere enfatico, quasi imperativo, alle parole del candidato repubblicano. Per quanto riguarda il lessico, nel ridotto vocabolario a disposizione, spiccano termini volti all’affermazione dell’impetuosità. “Disgustoso”, “tremendo”, “grande”, “vittoria”, “disastro totale” sono le forme maggiormente usate da Trump, che quando si rivolge ai suoi diretti avversari, non esita a definirli “stupidi”, “idioti” o, meglio ancora, “total loser”, perdenti assoluti. Tecnica di assoluta novità nel panorama linguistico politico è invece il refuso, utilizzato e addirittura pianificato scientificamente. In Trump si può quasi notare un compiacimento dell’errore grammaticale che diventa una sorta di sfida ai professorini del grammaticalmente corretto. Twitter è la piattaforma nella quale si rileva maggiormente questo atteggiamento, dove il candidato repubblicano batte i tasti senza curarsi dei dettagli linguistici più appropriati.

Il “trumpese” si sta affermando con così tanto interesse, che sono già due gli studi e le analisi sul linguaggio dell’imprenditore newyorkese, riportati da Mattia Ferraresi nel suo articolo. Il primo è stato condotto dai ricercatori della Carnagie Mellon University di Pittsburgh, Elliot Schumacher e Maxine Eskenazi, e ha stabilito che il livello lessicale e grammaticale del “trumpese” sia pari a quello di un dodicenne. Ancora più severa è l’analisi dei giornalisti del Boston Globe, i quali hanno sottoposto il curioso linguaggio al test “Flesch-Kincaid”, metro di valutazione di un testo scritto molto di moda negli Stati Uniti. Il risultato è che il “trumpese” è comparabile alla lingua parlata da un bambino di otto anni, anche se questo metodo è adatto unicamente alla lingua scritta, non ai discorsi pensati per una conferenza orale. Che il livello sintattico di Donald Trump sia quello di un bambino di otto o dodici anni poco importa, visto il successo che il candidato repubblicano sta suscitando tra gli elettori statunitensi. Il “trumpese” funziona: piaccia o meno ai perbenisti d’ogni latitudine, Hillary Clinton e compagni sono avvisati.