Il trionfo del Front National al primo turno delle recenti elezioni regionali francesi è stato attribuito da più parti al cosiddetto effetto ISIS. La violenza terroristica islamista, celebratasi in Parigi il 13 novembre scorso, avrebbe, secondo i nostri intellettualoidi perbenisti, spinto verso il partito dei Le Pen una fetta consistente dei voti d’oltralpe. Elementare, Watson!
Per Gad Lerner e soci non è altrimenti spiegabile come nella moderna, avanzata e meticcia Francia ultrademocratica del XXI secolo si possa scegliere un movimento a loro avviso reazionario, fascistoide e razzista. L’incomprensione di lorisignori è legittima: da molto tempo, ormai, questi megafoni non fanno più informazione, ma propaganda. Basterebbe guardare i dati, quelli sì oggettivi e concreti, per non cianciare siffatte spudorate bugie. Ad esempio, Le Figaro pubblicava un’ottima grafica, in cui venivano appaiati tasso di disoccupazione (chômage) e risultati del Front National. Nelle regioni in cui la mancanza di lavoro era più marcata, laddove, quindi, le politiche economiche dell’asse repubblicain-socialiste erano fallite, la fiamma tricolore mieteva ottimi risultati.

Ancora, un bel istogramma rilanciato da orizzonte48 (blog illuminante di Luciano Barra Caracciolo), scompattava il risultato elettorale del FN in base alla classe sociale d’appartenenza dei votanti. Il risultato è gustoso: operai, impiegati, cassaintegrati costituiscono le fasce che più hanno premiato le politiche lepeniste. È la Francia profonda e immutabile, la piccola gente del lavoro tradita e abbandonata dalla gauche in favore delle patetiche lotte per gli immigrati, immolata sull’altare dell’Europa della finanza e delle banche.
Categorie che mai, prima, avrebbero votato per il FN hanno individuato in esso l’unico baluardo in grado di arginare ed invertire la rotta della Republique, disastrata da 15 anni di moneta unica, in cerca disperata della grandeur perduta.

Il vero capolavoro di Marie Le Pen, quindi, è quello di aver seppellito definitivamente la dicotomia destra-sinistra, vecchia di 300 anni, in favore di paradigmi conformati alla triste realtà attuale. Ni droite ni gauche si può riassumere nel concetto di Sovranità, onnipresente nella campagna mediatica del FN. Sovranità economica, industriale, produttiva, politica: non è un caso che nei paesi dell’UE immuni dai gatekeeper collettori del dissenso organizzato (leggi Movimento 5 Stelle, Podemos, Tsipras) trionfino ovunque formazioni che si oppongono nei fatti al dominio impersonale e a-nazionale della finanza e del capitale speculativo, arbiter delle sorti del Vecchio Continente.

Le forze identitarie, variegate e eterogenee nei fini e nei contenuti, se vogliono veramente combattere e vincere non possono che ispirarsi al Front National: un partito vero, fondato sulle persone, animato dai congressi, dai documenti programmatici, con una leadership decisa e condivisa dalla base. Soltanto con un partito-massa, forte sul territorio e diffuso capillarmente si può invertire la rotta dell’atomizzazione e della disgregazione sociale. I Programmi , non i tweet, fanno la politica. E questo dev’essere chiaro anche e soprattutto a chi, in Italia, cerca d’emulare il fenomeno Le Pen.