di Angelo De Sio

Se v’è, o v’è mai stata al mondo ragione alcuna che ha spinto l’uomo ad intraprendere un lavoro perenne e ineludibile, con buona probabilità è andata perduta. Testimone di ciò è l’incessante dilagare nella civiltà odierna di un susseguirsi di azioni dal carattere meramente retributivo, che sovente si sono mascherate come tale. E il tutto si riduce ad atteggiamenti egoistici; ad un mondo in cui un mestiere può essere sostituito ad un altro basta che permetta di appagare in termini monetari le richieste dei sensi che la vita offre.

Eppure attraverso tempi e luoghi, circostanze e avvenimenti l’animo di essi muta impercettibilmente. Come l’eco d’un grido attraverso le cime pungolanti di monti lontani ci perviene all’orecchio il suono del cambiamento. “Gregor Samsa, svegliandosi una mattina da sogni agitati, si trovò trasformato in un enorme insetto immondo.” Con queste parole lo scrittore praghese dischiude il lungo e aporetico monologo sul senso dell’attività professionale. Al centro della vicenda lo stato di smarrimento di un commesso viaggiatore che incarna le contraddizioni del sistema lavorativo odierno. Sottomesso alle logiche ferree e farsesche di un modello di civiltà che necessita perentoriamente di prodotti finiti e autosufficienti, piuttosto che individui spiritualmente formati, di rapidità e puntualità. I suoi pensieri sono tenuti a legaccio della necessità economica, il libero pensiero ricattato e vituperato con la prospettiva di povertà e precariato. Giorno dopo giorno, lo stato di annichilimento morale, contribuisce a quel cambiamento che sarà inevitabile. Ed ecco la metamorfosi completa ed assoluta dell’uomo in insetto, che trova la massima realizzazione attraverso la spersonalizzazione totale dell’individuo. Ciò che colpisce è il fatto che non muove alcuna obiezione al cambiamento: lo accetta anzi supinamente, come facente parte del proprio destino e quindi inevitabile. Non vi si oppone, poiché è consapevole fino in fondo della sua condizione di degrado. La metamorfosi prima che nel corpo era avvenuta nell’anima. E’ risaputo che ogni mutamento produce una reazione che sconvolge tutti gli elementi circostanti, ed in tal senso si può riscontrare un cambiamento- con effetti morali più che fisici- nei suoi cari, i quali non riconoscendo in lui un elemento produttivo del sistema ne ripudiano la parentela. Questo è il destino che coglie chi, al pari di lui, non viene riconosciuto come fabbricante di capitali. Tacciato di pusillanimità ed etichettato come fallito o sognatore. E come ogni cosa che non abbia utilità vale l’imperativo del disfarsene, rendendo chiaro già allora come oggi quanto il denaro avesse colonizzato l’immaginario collettivo, aborrendo tutto ciò che non è produttivo e dal quale non si può trarre profitto.

Analizzando sotto quest’ottica l’opera di Kafka possiamo intravedere nelle stanze asfittiche e buie l’oppressione dei dettami sociali, il non riuscir a muoversi in modo agile il senso di disagio in cui versa, l’odio della famiglia l’impossibilità nel comunicare. Eppure colui che impartisce una lezione sul senso dell’esistenza è proprio Samsa, il quale per non gravare sulla famiglia decide di lasciarsi morire. L’estremo atto con cui è sancita la vittoria del capitalismo e il trionfo dell’utile sulla volontà dell’essere umano, l’atto simbolico con cui l’individuo sacrifica la propria esistenza per il benessere di quanti gli sono cari. Uccidendo sé stesso permette ad altri di sopravvivere: l’ultimo gesto disperato di un insetto, ripugnante nell’aspetto, che si rivela paradossalmente, più umano di tutti i personaggi del racconto. Questo risulta essere contro ogni indignazione, il paradigma del vivere moderno. Il lavoratore oggi è dunque mutato esattamente in un Gregor Samsa, il quale svegliandosi la mattina non bada a se il corpo sia trasmutato, poiché si premura di volgere i suoi pensieri verso una posizione più confortevole, interrogandosi con tedio su quale coincidenza sarà meglio prendere affinché non giunga in ritardo in un luogo che tempo addietro chiamava ufficio.