“Se lo nomini non c’è più…”

Un indovinello, la cui risposta è un pleonasmo. Un inutile esercizio vocale che rompe l’estasi di un linguaggio sommesso e sognate: il silenzio. Un codice linguistico che sembra facile “a parole”, ma che nasconde un immenso coacervo di significati differenti, a volte contrastanti. Un idioma di difficile codificazione poiché tocca delle corde dell’animo che il suono  riesce solo a sfiorare. Il silenzio è quel intimo compagno di vita che ci lascia impietriti, assorti in un mondo dai contorni sfumati, al quale solo il nostro Io interiore può accedervi. Quante volte in metropolitana, immersi nel via-vai dei pendolari, il silenzio si impone sul rumore circostante, trasportandoci nei meandri della nostra interiorità, nonostante il frastuono assordante. Ed è proprio questa vocazione all’intimità – un’attitudine dal profilo altamente alienante – che  spaventa ed atterrisce gli uomini, i quali preferiscono le ciancerie all’intimo pensiero.

Proprio su questi presupposti si erge il muro che divide il silenzio dal mutismo. Una barriera edificata sull’immobilità pensosa che si distingue dal mutismo passivo di chi ha la lingua ancorata ai propri infingimenti. Quest’atteggiamento, infatti, tradisce un’intima paura, la peggiore, quella che ci impedisce di guardarci in un specchio d’acqua: la paura di Noi stessi. In un mondo nel quale si è costretti a mentire e a dissimulare per il solo gusto di apparire, le bugie finiscono per trasfigurare anche la nostra personalità. Così il silenzio diventa assordante, una condizione dalla quale fuggire pur di non sentirsi soli con la verità che ci picchietta nelle orecchie. La voce della solitudine, Tiziano Terzani, affermava infatti: “Il medico migliore è dentro di noi, forse non farà guarire il tuo fisico, ma libererà la tua mente dandoti la sottile ebbrezza dell’immortalità”. Un uomo eccentrico, per molti un guru, che attraverso la comprensione del proprio corpo era riuscito ad abbracciare il misterioso messaggio del silenzio. Esso, infatti, non è l’assenza di rumori ma l’antidoto alle fandonie, alle sciocchezze che costantemente propiniamo al mondo e che finiscono per sfigurare il rapporto con noi stessi, imbambolandoci in un crogiolo di false verità.

Il silenzio è un linguaggio che arretra nella segretezza dell’Eros. Un’immagine che con i suoi suoni sommessi e i suoi sospiri armoniosi annichilisce le urla volgari del porno, quella dimensione mercantilistica della sessualità. Pertanto nella stessa maniera in cui il silenzio si impone sul rumore; l’Eros con il suo linguaggio aulico, elegante e mai volgare annichilisce le più basse pulsioni incarnate nella pornografia.
Gli antichi accostavano il silenzio al materiale più prezioso affermando appunto: Silentium est aureum. In un certo senso la loro saggezza preferigurava le nefaste vicissitudini che caratterizzano la nostra epoca, l’età del ferro. Quella breve frase sembra quasi profetizzare che il silenzio sia una prerogativa dell’età dell’oro. Del resto la nostra epoca sembra aver preso l’agognato silenzio svendendolo nella stessa maniera in cui ha barattato l’amore con la pornografia.

Il Kali Yuga, l’età del ferro, è, infatti, un’era oscura caratterizzata da numerosi conflitti e da un completo distacco dal lato spirituale dell’uomo. Questo yuga, ciclo, potrebbe essere letto come il periodo in cui le ciancerie vengono preferite ai pensieri, o meglio dove il silenzio viene fuggito in ogni modo pur di non ascoltare le grida disperate della nostra anima.