L’ennesima tragedia dell’immigrazione ha ispirato i principali media italiani a inscenare la solita, lunga maratona di banalità e buonismo, celebrata dai noti sacerdoti da salotto, capaci perfino di elaborare “preghiere laiche” recitate in diretta tv. Al di là della retorica, il nulla: non si analizzano seriamente le cause, non si elaborano razionalmente le possibili soluzioni. Il Mediterraneo, nell’anno di grazia 2015, è un cimitero di migranti, un mare in cui nessuno, a parte gli scafisti, riesce a imporre la propria volontà. Dal punto di vista italiano, ciò è estremamente grave: la nostra penisola, immersa e proiettata nel bacino mediterraneo, non può e non deve rimanere inerme innanzi allo scempio che si consuma giorno per giorno in quello che una volta era il Mare Nostrum. Senza cadere in sterili nazionalismi ottocenteschi, bisogna avere il coraggio di capire che il Mediterraneo deve avere una guida, capace di relazionarsi positivamente soprattutto con la sponda africana, dilaniata da conflitti e tensioni importati in maniera criminosa dalla bella società della NATO. Nessuna volontà di potenza, bensì lungimiranza e calcolo geopolitico: in un mondo che va sempre più verso un assetto multipolare, in cui emerge prepotentemente il peso demografico dei giganti asiatici e dell’Africa sub sahariana, è sterile, oltre che inutile, rimanere ancorati mani e piedi a strutture anacronistiche e dannose come la NATO, oppure seguire fedelmente le distruttive e reazionarie sorti dell’Unione Europea e dell’Eurozona. Primo obiettivo di una seria politica estera, indipendente e soggetta esclusivamente alla salvaguardia dell’interesse nazionale è il ritorno integrale dell’Italia nel Mediterraneo, riprendendo la migliore tradizione filoaraba e terzomondista dei vari Mattei, Moro, Fanfani, Craxi. In questo senso, un’Italia libera da condizionamenti esterni diverrebbe il motore di un processo d’interazione economica e culturale tra i vari attori mediterranei, trattati finalmente senza complessi di superiorità, da pari a pari.

Tramite il dialogo e la volontà è possibile instaurare una serie di alleanze capaci di arginare il fenomeno immigratorio e stabilizzare il traballante scenario nordafricano. Invece di guardare a Nord, da dove tradizionalmente vengono più disgrazie che fortune, occorre rivolgere lo sguardo a quel mare da cui è venuta gran parte della ricchezza e della grandezza della nostra Storia. Ricreare un mare nostrum non vuol dire ripetere sciagurate operazioni di recente memoria, bensì ripensare l’intera comunità mediterranea, unendo nel segno della tolleranza e dello sviluppo comune Europa e Africa, Cristianità e Islam, in nome di una comune civiltà che accomuna da trenta secoli i popoli e le tradizioni. Perseguire scientemente il cammino tracciato da Washington e da Bruxelles non promette nulla di buono, e non evita il continuo stillicidio di vite umane in cerca di salvezza. Nelle alte sfere continentali lo scenario mediterraneo suscita fastidio, a volte disprezzo, perché incompreso dalla rigida logica dell’ubermensch nordico. Le potenzialità economiche, energetiche, geopolitiche, sono immense, come il numero di esistenze che si potrebbero salvare e portare al benessere.  Sarà l’ennesima occasione perduta?