Nella sua analisi sulle origini del totalitarismo, contenuta nel testo omonimo, Hannah Arendt aveva visto lungo. Ciò che caratterizza l’affermazione di un regime totalitario è costituito perlopiù dal binomio ideloogia-terrore. L’ideologia imperante si occupa di trovare una valida alternativa al senso comune, costruisce un paradigma inscalfibile che parte da una premessa di natura assiomatica. Nel caso dei tempi in cui viviamo, l’assioma è il seguente: l’uomo è profondamente individualista, interessato alla massimizzazione della sua utilità; l’unico strumento in grado di favorire gli scambi è il libero mercato, capace di garantire la migliore allocazione dei beni. Una volta posta, la premessa non viene più messa in discussione, anzi, non viene più percepita. Le concatenazioni logiche che conseguono avviluppano la popolazione in una rete inestricabile in cui non si capisce più quale sia il punto di partenza. Il dogma si è affermato. Il comparto terroristico è affidato alle casse di risonanza delle grandi lobby industriali e finanziarie: non c’è alternativa -guai a voi- spostate anche solo un tassello e il mondo crollerà. Tutte le trombe dell’universo mediatico suonano all’unisono. Pensare che, sempre secondo la Harendt, le interazioni socio-comunicative, il tessuto relazionale che elaboriamo nel corso della nostra vita, l’impegno politico attivo, sono la vera forma di libertà umana. L’animale politico è l’ultimo gradino nella scala dell’evoluzione. Il mondo odierno spinge però in tutt’altra direzione, tutto quello che ci è concesso di essere è animal laborans, esseri interamente assorti nel soddisfacimento sfiancante dei propri bisogni materiali. Il ruolo prediletto dal neo-liberismo è quello di impiegato: 12 ore al giorno davanti ad uno schermo, senza fare domande, senza usare la testa; il tempo che rimane speso a fare acquisti nei negozi all’ultima moda o a pianificare acquisti futuri, magari incrementando le ore di lavoro per aumentare lo spessore del portafoglio.

La tecnocrazia liberista mira ad assoggettare qualunque spinta all’esercizio della libertà intellettuale, del pensiero critico, nessuna eccezione è ammessa. Il senso di profondo radicamento di cui ognuno di noi ha bisogno per costruire la propria identità va cercato nell’unico modello disponibile, il produttore-consumatore di beni. Qualunque deviazione dal percorso prestabilito viene punita con lo scherno, con gli attacchi frontali e, infine, con l’esclusione. Produrre e consumare beni al di sotto della soglia identificata come accettabile significa non appartenere all’umanità, sprofondare in un mondo sub-umano relegato ai margini delle strade e privo di rappresentanza. La paura è un collante fortissimo. La paura di non essere accettati, di non essere riconosciuti come degni appartenenti dell’assetto sociale. Chinare la testa sulla scrivania di un mortificante ufficio per molti è una scelta obbligata. Gli sforzi dell’uomo contemporaneo sono volti ad aderire acriticamente al tessuto sociale fornito, il più in fretta possibile. Chi rimane fuori pur desiderando l’integrazione, vede spalancarsi il baratro del misconoscimento. Eppure le paure che ci spingono ad agire dovrebbero essere altre. Jonas ne ha identificata una in particolare, la paura di scomparire dal pianeta come specie, la paura di condannare i propri discendenti ad una vita di stenti e catastrofi naturali. La fondazione etica proposta dal filosofo passa necessariamente attraverso un ritorno al “dover essere”, a idee forti, ad archetipi immutabili ai quali ancorare i nostri modelli comportamentali. Se ogni epoca può imporre la propria visione del mondo, facendo a brandelli quanto di buono era stato raggiunto in precedenza, l’umanità non ha futuro. La preoccupazione per le generazioni future è il punto imprescindibile da quale ripartire, il nucleo metafisico da proteggere con le unghie nel corso degli anni a venire.