di Fiorenza Licitra

Negli ultimi giorni, Walter Ricciardi, direttore dell’Osservatorio sulla Salute delle Regioni dell’Università Cattolica di Roma, ha divulgato un dato inedito: l’aspettativa di vita degli Italiani è in netto calo. Stando al rapporto, un abitante del sud, rispetto a uno del nord, ha mediamente tre o quattro anni di vita in meno. Per restare nel Mezzogiorno, la situazione peggiora nel caso delle fasce economicamente più deboli e delle donne, tra le quali, si riscontra una forte incidenza dei tumori prevenibili, per evidenti carenze nella fase di prevenzione.

Se è vero com’è vero, che l’Autonomia al sud è un doloroso flagello, che anche il cosiddetto “federalismo sanitario” ha fallito – specie in Sicilia – innanzitutto nelle buone intenzioni (spesso le più criminose), e dovrebbe essere una volta per tutte bandito, è pure vero che, seguendo l’esempio portato da Ricciardi, ancora oggi non può esservi paragone tra una ragazza di Trento e una nata a sud di Roma. Quest’ultima, con buone probabilità, sceglierà di non sottoporsi a una semplice visita ginecologica – necessaria dai 13-14 anni – e non perché sia atterrita all’idea di dover avere a che fare con l’inefficienza, gli scarsi mezzi, i costi e i disgraziatissimi tempi di attesa della sanità pubblica, quanto per un’inespugnabile e spesso atavica ragion d’essere: il pudore.

Un pudore che non proviene affatto dalla costrizione esercitata da un oscuro maschilismo – esiste ancora? – ma proprio da tutte le matriarche dell’esistenza: nonne, madri, zie e persino vicine di casa, le quali, la prima volta che si consegnarono nelle mani di un ginecologo, lo fecero con l’unica motivazione per loro possibile: l’attesa di un figlio. Allora sì, che la sfilza di accertamenti e controlli poteva essere eseguita – ben inteso, facendo comunque un cenno d’intesa al Cielo – fino al termine della gestazione, quando tutte quelle signore lì avrebbero finalmente posto fine a ogni consulto e a ogni propensione a spogliarsi di fronte a un carneade qualsiasi, per quanto medico.

Di questo trascorso, è rimasto un solido retaggio nelle adolescenti di oggi, che vedono ancora di malocchio la figura del ginecologo, specie se uomo, e quindi maschio; memori, dunque, di certe suggestioni matriarcali, si recano dallo specialista quando è strettamente necessario. Poco importa se hanno superato i vent’anni da un pezzo. L’ammonimento di Ricciardi, però, è rivolto anche agli uomini, la maggior parte dei quali, “nel sud del Sud dei Santi”, concepisce l’andrologo alla stessa stregua dello psicologo: una diavoleria in terra. E se nel primo caso l’ammutinamento è dovuto ancora a un’austera ritrosia – sempre affidandosi al Misericordioso – nel secondo, con molte probabilità, questi meridionali hanno ragione a volersi centrare da soli, come uomini compiuti. Una resistenza di tal fatta, che è di tipo culturale e sociale, affonda le sue radici anche in una nobilissima virtù: la scaramanzia. Scaramanzia verso le sciagure, verso gli accidenti e verso quel “male”, cui non si concede mai un nome, quasi che a darglielo lo si facesse poi realmente accadere. E non è poco, tanta magia in piena modernità.

Possono sembrare, queste, le forme più retrive del pudore e forse lo sono davvero, sotto un aspetto prettamente sanitario, ma sono pure il rovescio di una medaglia per cui esistono ancora le benedette distanze tra genitori e figli, tra uomo e donna e tra ciò che si può dire e quello che si deve tacere per meglio custodirlo. Tanto è vero, anzi verissimo, che non è affatto per disaccordo con l’odierna didattica pedagogica – altra diavoleria in terra – che tante famiglie del Mezzogiorno si ostinano a non educare i propri figli alla sessualità, a non interrogarli sull’innamorato di turno o sui primi svezzamenti all’amore; a imporsi, in loro, è quel “così è stato sempre e così sarà ancora”. Prevale, quindi, la ferrea convinzione di non diventare amici e confidenti di una creatura che si è messa al mondo, la quale dovrà imparare da sé turbamenti e perdizioni, limiti e confini di un’intimità che, conquistata a suon di fatica e a volte di solitudine, sarà sigillo di crescita.

Sarò lo stesso pudore, infine, a guidare quei genitori così restii alle confidenze quando, comprendendo al volo l’imberbe dolore di un figlio, gli faranno un’inattesa carezza o lo distrarranno con un aneddoto scanzonato di una loro giovanile spensieratezza, mai abbastanza lontana e mai abbastanza perduta.Non è senz’altro né giusto né ovvio trascurare il proprio benessere fisiologico al punto di non rivolgersi a un medico, tuttavia non è nemmeno corretto pensare di poter scardinare un atteggiamento sbagliato, senza scalfirne l’intrinseco bene che comunque lo ispira. “Il sud del Sud dei diavoli”, un giorno o l’altro, dovrà marciare sulla sua retta via e riconoscere che non sempre un malessere fisico corrisponde a una menomazione della propria virilità (o femminilità). Nel frattempo, tutti questi incalliti diavoli – certamente ignari di tanta battaglia – continueranno a opporre la loro ultima resistenza al disincanto del circostante, attraverso un limite e un confine personale mai convertibile: il proprio pudore.