È di pochi giorni fa la notizia di un nuovo provvedimento adottato alla Basilica di Santa Maria in Cosmedin, famosa in tutto il mondo per essere la sede della Bocca della Verità. Il provvedimento interessa proprio il popolare monumento, meta imperdibile per ogni turista che visiti la capitale. La nuova normativa interna che regola l’accesso al mascherone della Bocca della Verità prevede dei cambiamenti nel pagamento per l’ingresso. Il regolamento disponeva che ci fosse una donazione libera per poter toccare il monumento e scattare la popolare fotografia con la mano nella bocca del mascherone: ora, invece, il rettore della basilica ha stabilito che ci debba essere un biglietto per accedere alla Bocca della Verità e che si possa scattare una, e una sola, fotografia. Un monumento che viene costantemente toccato da ogni turista, necessita indubbiamente di cure costanti e restauri periodici. Non sorprende che l’offerta libera sia diventata una tariffa fissa di due euro. Quello che davvero sorprende è il divieto di scattare più di una fotografia. Sorprende, perché in un’epoca di ipertrofia fotografica, questa imposizione stona come un anacronismo insensato.

Cosa accade se la fotografia non riesce bene? E se non ci piace il nostro sorriso nell’immagine? Perché, pur pagando due euro per avvicinarsi a un monumento visibile gratuitamente dalla strada, posso scattare una sola fotografia? Risulta evidente che il prezzo pagato è per la fotografia in se, unica testimone della visita alla Bocca della Verità, da riportare a casa o condividere sui social network. La cartolina classica non affascina e comunque non ci ritrae nella famosa posa con la mano nella bocca. Così il rettore ha mercificato l’unica vera attrattiva, l’unico scopo con il quale i turisti si recano al monumento: la foto commemorativa. E lo ha fatto in una maniera così commercialmente aggressiva da aver prodotto un biglietto di due euro per una singola foto, poco importa se poi sarà mossa o sbagliata. L’Italia è il paese dei divieti fotografici. Non si potrebbe fotografare neanche il Colosseo perché parte dei beni culturali del paese, e quindi non riproducibile a mezzo fotografico poiché la sua immagine non è pubblica. Si chiama “libertà di panorama” e nella Penisola è vietata. Nei fatti, nessuno ferma i turisti dallo scattare foto ricordo del popolare monumento. Se la politica attuata dal rettore della basilica di Santa Maria in Cosmedin, venisse osservata anche ad ogni altro monumento, si avvierebbe una situazione incontrollabile e meschinamente avida. Puoi guardare il Colosseo a Roma, ma se vuoi un selfie con il monumento, allora devi pagare. Puoi andare in Piazza del Duomo a Milano, ma uno scatto alle guglie del duomo ha il suo prezzo. Ovviamente una pratica di riscossione di questo tipo sarebbe inattuabile e ingestibile. Come si può pretendere di pattugliare tutta la zona attorno al Colosseo, facendo attenzione che qualche smartphone non scatti una foto senza pagare? Sarebbe impensabile.

Quello che preoccupa, invece, è l’idea di commercializzare la fotografia di un monumento. Il messaggio è: la visione è consentita, l’immagine non è roba vostra. Depauperare la collettività dell’immagine dei suoi luoghi simbolo, solo perché appartengono al Ministero dei Beni Culturali. I monumenti hanno un padrone, poco importa a chi vuole far cassa, che il bene sia di fatto pubblico, poiché appunto gestito da un ente statale come il ministero. Si può, e in certi casi è anche giusto, pagare per visitare un museo o un monumento, in quanto i soldi vengono destinati al suo mantenimento e allo staff che ne gestisce l’afflusso di visitatori, ma mercificare anche l’immagine, conteggiando persino il singolo scatto, suona come un piccolo campanello d’allarme alla nostra libertà di godere del nostro patrimonio culturale.