Fa un certo effetto leggere le critiche della politica (in primis quelle del Presidente Matteo Renzi) piovute su quel preside di una scuola di Rozzano dove è stata cancellata la festa di Natale per rispettare le differenze di credo presenti all’interno dell’istituto. Fa un certo effetto perché è proprio la politica ad averla menata per anni con gli stessi paradigmi che ora sono stati integralmente osservati da quel preside di Rozzano. Sono stati infatti per primi i politici, e non le persone comuni, ad aver invocato la necessità del dialogo forzato con le altre culture, anche quelle comprendenti pratiche al limite della legalità, e ad aver esaltato i valori della laicità e del pluralismo, oltre che piazzato di tanto in tanto al centro dell’agenda politica – agenda a dire il vero assai fluida e affollata – il tema dell’integrazione delle minoranze. Di cosa credono d’incolpare, allora, quel preside così ligio e inappuntabile? Di troppa coerenza e di troppa lealtà nei loro confronti? D’aver applicato al meglio la loro amata Costituzione? D’aver messo fine a una lunga ambiguità e reticenza? D’essersi dimostrato fino in fondo un dirigente laico e liberale, aperto e rispettoso, tollerante e permissivo come essi volevano che fosse? Probabilmente no. Quel preside è caduto in un errore più maldestro, ma fatale: quello di non essere al passo – non perché in ritardo, bensì perché in anticipo- coi tempi. Un errore che, in una modernità così chiassosa e decadente, appare difficilmente emendabile.

Oggi esiste infatti la geniale convinzione – diffusa a tal punto da illustrarsi persino nei manuali scolastici – che determinate idee siano giuste o sbagliate a seconda dell’epoca a cui si riferiscono. Si sente dire spesso: “siamo nel 2015!”, come a significare che certe cose alle 7 di sera non possono più essere accettate, mentre prima potevano pur con qualche mugugno. Ma, allora, se esistono idee troppo vecchie per i tempi in cui viviamo – si domandano implicitamente i politici e gl’intellettuali che di tale geniale convinzione hanno fatto la propria bandiera ormai da decenni – perché escludere che ne esistano al contempo delle altre ancora troppo giovani e immature? Così si capisce che il preside di Rozzano, per questi signori così devoti ai dogmi inossidabili del cambiamento, non ha sbagliato in assoluto a dire che dei canti cristiani potrebbero turbare la sensibilità di bambini musulmani ed ebrei; ha soltanto sbagliato il momento della sua dichiarazione. “Siamo nel 2015” significa allo stesso modo che non siamo nel 1915 ma neanche nel 2115. E chi si ritrova o troppo indietro o troppo avanti, finisce nel tritacarne. É il Progresso, bellezza!
Non stupisce nemmeno che certe critiche provengano da ambienti che si definiscono esplicitamente o progressisti o liberali. Liberali di sinistra, liberali di destra o liberali di centro: che importa? Ai nostri fini si tratta pur sempre di gente col pallino della libertà; e quindi anche della libertà di ficcarsi in clamorosi equivoci ideali, come quello di credere nell’assoluta laicità delle istituzioni repubblicane e, al contempo, al Natale e al crocifisso nelle scuole pubbliche. Contraddizioni spesso occultate attraverso la formula assai generica della “difesa della nostra identità”. Ne ha parlato in un’intervista recente anche l’ex ministro dei trasporti, Maurizio Lupi.
Ma “identità” è parola che deriva da idem, che significa “medesimo”; e non v’è nulla di medesimo fra pensiero cristiano e laicismo liberale, fra Adeste Fideles e Imagine di John Lennon. O si sta con l’una o si sta con l’altra. O si è liberali (davvero o  per finta) o si è cristiani (davvero o per finta). E sennò, di quale identità si parla? Di un’identità sdoppiata? E, in subordine, di quale integrazione? Di un’integrazione impossibile?

Da tutto ciò s’intende che il preside di Rozzano si è trovato nella scomoda posizione di essere “più avanti” dei suoi stessi accusatori politici, che pure sono “avanti”, e di avere già risolto – in favore naturalmente del progresso e della libertà – l’unico autentico “scontro di civiltà” che imperversa oggigiorno nel cuore dell’Europa, ovvero quello fra amici e nemici delle nostre radici e consuetudini comuni e, nello specifico, quello fra amici e nemici del Cristianesimo. Egli precorre il futuro da incompreso, profeta del mondo che verrà. E così sembra dire ai suoi critici: “non possiamo non dirci multiculturali, in quanto progressisti e in quanto liberali”.
Ma se il preside di Rozzano si è trovato più “avanti” di coloro che pure stanno “avanti”, lasciateci dire che, chi davvero ha a cuore la difesa delle nostre tradizioni, chi davvero non fraintende e non sbiadisce la propria identità nella pozzanghera liberale, sta più “indietro” sia degli uni che degli altri, e non per smania di passatismo, ma poiché l’”indietro” che si conserva e che perdura è esattamente un “avanti” che si rinnova eternamente, rigenerato per il bagno nel passato. L’uomo che si prolunga è l’uomo che trasmette; e l’uomo che trasmette si fa grande conservando.