Non è la mera fotografia che mi interessa. Quel che voglio è catturare quel minuto, parte della realtà.”
Henri Cartier-Bresson

Secondo Roland Barthes (saggista, critico letterario, linguista e semiologo, fra i maggiori esponenti della nuova critica francese di orientamento strutturalista) nella fotografia sono distinguibili essenzialmente due elementi: lo studium ovvero l’architettura, la fotografia come prodotto del lavoro del fotografo e il puntum ciò che stupisce e sorprende inaspettatamente, che si tratti di un punto particolare che richiama l’occhio o semplicemente dell’effetto d’insieme.
La fotografia documenta, non si limita a riportare staticamente un accaduto, lo racconta. Permette di rimanere in una stasi temporale bloccando l’evento, ma nonostante la sua istantaneità introduce una dimensione temporale fondamentale: la distanza come passato.
Quando si parla di impatto politico della fotografia e dell’immagina cosa si intende?

L’impatto dell’immagine sulla fotografia è strettamente connesso alla conoscenza del contesto, una foto diventa simbolo universale solo se ne viene colto il contesto. Attraverso la fotografia io testimonio e insieme faccio propaganda: proprio per questo negli eventi terroristici la funzione ricoperta dalla comunicazione è essenziale e così anche un atto politico è privo di senso se scisso dalla comunicazione. Media e politica non sono separati, ma hanno numerosi elementi di convergenza. L’immagine diventa strumento di informazione, documentazione e propaganda.
La fotografia ha una rapidità di diffusione in continuo aumento anche grazie all’evoluzione delle tecnologie e alla sua capacità di arrivare prima del discorso narrativo vero e proprio, diventando lei stessa embrione di narrazione. La foto grazie a social media diventa sempre più disponibile assumendo una spaventosa capacità di diffusione istantanea. Il nostro immaginario diventa così saturo e ogni foto confligge con le altre.

Media e terrorismo sono legati, ma in questo delicato ambito sorgono alcune perplessità e dubbi: i media svolgono una funzione di informatori, ma restando fedeli al loro ruolo rischiano di tramutarsi, talvolta, in cassa di risonanza del terrorismo. Sin dal caso Moro sono venuti fuori questi problemi legati all’etica, era giusto o meno riportare i comunicati delle Brigate Rosse assecondando così il loro volere?
Il primo problema che ha portato a questi dubbi legati all’eticità della diffusione di alcune immagini legate a fatti di terrorismo è molto banale: si tratta del progresso che ha perciò portato a possedere una più moderna dotazione tecnologica e quindi a volerla usare a tutti i costi. Con l’avvento delle telecamere si cerca di drammatizzare la notizia riportandola sempre più rapidamente e in diretta, cercando così di dare un senso dell’avvenire quasi sempre a sproposito. Una continua bramosia dello scoop senza più riuscire a distinguere il momento in cui porre la parola ‘fine’.
Anche l’aprirsi sul mercato delle televisioni private ha giocato un ruolo decisivo nel cambiamento dell’utilizzo dell’immagine in senso etico. La concorrenza perciò gioca un ruolo essenziale: prima la concorrenza fra le emittenti televisive, invece oggi una concorrenza fra le immagini stesse, in quanto non passano più dalla ‘censura’ delle agenzie. Oggi l’immagine viene buttata in rete, è alla portata di tutti, e per riuscire a stare a galla deve essere di notevole interesse generale.

Da parte del giornalismo e da parte del pubblico nasce quella che si potrebbe chiamare “ideologia della spettacolarizzazione”: una continua e morbosa necessità di immagini forti e drammatiche. Con l’avvento della centralità delle televisioni si sta andando incontro ad una crescente ricerca di eventualizzazione, in quanto la comunicazione ha bisogno di eventi.
Con un susseguirsi di vicende rilevanti e di tecnologie sempre più nuovesi è fatto un salto dalla fotografia alla televisione, ma dai tragici avvenimenti dell’11 settembre 2001 siamo di fronte ad un ulteriore passo avanti nel campo della comunicazione: l’importanze dei social-network. Grazie ai media socievoli abbiamo ottenuto un aumento della rapidità di circolazione di fotografie e video, ma come contrappeso si è incappati in una continua necessità di spettacolarizzazione e crisi del servizio pubblico.
Si è in presenza di una crisi della concorrenza in senso tradizionale, una concorrenza dal basso fra soggetti che sono alla disperata ricerca di situazioni da riprendere per ottenere una maggiore visibilità soggettiva.