Quello dello “yes man”, del nuovo yuppie in stile Anni Duemila, è ormai il modello antropologico di questi tempi, dove i principi economici del libero mercato sono divenuti quasi dogmi sacri ed il consumismo ad oltranza una necessità che procede a ritmi d’inerzia. Nel tempo del neo-liberismo sfrenato e smodato, il canone umano di riferimento non é più il saggio delle culture antiche, l’eroico guerriero medievale, l’inquieto intellettuale romantico o il superuomo d’annunziano che, con profonda volontà d’affermazione di se stessi confutano il reale e lottano per il miglioramento delle cose, ma il servile “uomo del sì” che accetta silenziosamente di annichilire il proprio dissenso ed accettare l’ordine delle cose imposto dai poteri dominanti.
In quest’epoca, infatti, il valore dell’uomo non é più dato dal suo talento individuale, dalla sua forza interiore, dalla sua intelligenza critica e dalla sua inquietudine rispetto alle ingiustizie del mondo  – queste sembrano quasi essere una colpa, ormai – ma la disposizione al consumo e all’accettazione a-prioristica di questo come “Il migliore tra i mondi possibili”.

L’uomo perfetto per i principi del capitalismo universale e della globalizzazione totale é infatti quello del neo-positivista che, con ebete ottimismo conformista, lascia da parte quelle ardue, acute ed illuminanti riflessioni critiche intorno al reale, asservendo tutto se stesso all’etica del consumismo illimitato e del libero mercato. In ambito politico, infatti, si dibatte sempre più intorno al valore dell’insegnamento delle discipline umanistiche e teoriche (in particolare modo la filosofia), e alla volontà di ridurre sempre più le ore disponibili per le stesse, in favore dell’insegnamento, invece, di discipline più professionalizzanti e tecniche (funzionali a questo mondo della tecnica progressista e del fanatismo dell’economia). Le discipline umanistiche, infatti, e, soprattutto, quelle filosofiche (legate al pensiero dubitativo e alla meditazione per eccellenza), predispongono la mente dell’individuo ad una necessaria analisi e messa in discussione critica ed argomentata del potere e dei sistemi esistenti. Per questo le scienze umane, durante l’epoca del neo-positivismo portato agli estremi (figlio di una cultura post-illuminista massimamente espressa), rappresentano la vera forza d’attrito reazionaria alle logiche progressiste, moderniste e materialiste dell’universo del capitale e della tecno-filia patologica.

Le scienze umane inducono l’individuo a costruire, a partire dallo studio dell’uomo (nelle sue forme piú ampie, come quella della politica, della società, della religione e della storia), nella sua essenza pura e spirituale, nel suo essere ente connesso in un panorama di norme, valori e principii naturali, e non di freddi assunti e logiche di produzione e pragmatismo.
Le scienze umane, sono tradizione, passato, spiritualità e riflessione, e tutto questo viola i principi del neo-positivista pensiero della cieca materializzazione del mondo e di quell’ateismo moderno come moda che, di fatto, vuole annullare Il concetto secolare di Dio per rimpiazzarlo col nuovo verbo divino dell’artificiale Dio denaro.
Il pensiero umanista ed in particolare quello filosofico, e meditazione critica intorno il mondo, è quel pessimismo della ragione che induce a non accettare i rapporti di ingiustizia del mondo e formulare strategie razionali innovative per migliorarlo. Il progetto del nuovo ordine di potere è, in direzione opposta, quello della creazione del “nuovo uomo” intimamente de-umanizzato, senza più una morale, una cultura, un’identità, un sano spirito di dissacrante disamina delle cose ma, soprattutto, di un pensiero autonomo ed indipendente. Le ambizioni più latenti del potere esistente, sono quelle di produrre uomini-macchina, che non protestino più, che non alzino piú la voce dinnanzi ai soprusi e smettano di imporsi in nome della loro umanità e della loro particolarità umana.

L’uomo nuovo non deve più opporre sé stesso, non deve avere una personalità, poiché la presenza di personalità differenti ingenera per forza di necessità contrasto tra le parti e risoluzione dello scontro nel cambiamento dell’esistente. L’uomo moderno, deve dire di sí ad ogni cosa, non osare condannare l’irrazionalità  dell’esistente mediante  la messa in evidenza delle contraddizioni che si insidiano tra i meccanismi della realtà. Il pensiero libero, ragionato, maturo e la dialettica politica, nell’era del liberismo estremo, dove ogni singolo ente reale é ridotto a mera merce impersonale, a pura funzione priva di fine, dell’utilitarismo individualista sovranamente realizzato, tutto ciò che si ponga come astratta attività priva di utilità immediata e materiale risulta essere un orpello da abbattere. Tuttavia, questi signori del servile “sí” ad ogni costo, dell’ottimismo sereno che accetta la vita ingenuamente nel suo drammatico presentarsi, questi eroi del banale disarmo del pensare dialettico scomodo ed argomentato non tengono conto che l’uomo non è fatto unicamente di calcolo matematico, ma, al contrario, é costituito soprattutto di emozioni, passioni e diletti.

Ci si opponga, dunque, a questo neo-positivismo becero ed immaturo e si torni a valorizzare la filosofia, la letteratura, la poesia, il teatro, la musica, ed ogni singola forma d’espressione umana che dica, invece, “no” alla cultura della de-umanizzazione industriale.