All’interno di quest’epoca, caratterizzata da forti fermenti sociali, manifestazioni di ingiustizie palesate, tensioni intestine e rivendicazioni di massa, il fenomeno del populismo risulta essere una componente caratterizzante la nostra società, non di basso rilievo. Nell’epoca della grande crisi  mondiale, in uno scenario globale, e specialmente europeo, massacrato dallo scontro dualistico tra concetti di nazionalismo e globalizzazione, dove le istanze di popolo, gradualmente, tornano a pulsare contro le istanze d’élite, il populismo diviene una vera e propria tendenza etica, un atteggiamento politico. Il populismo, oggi, sta divenendo propriamente un fenomeno culturale connesso alle emergenti forze politiche nascenti in grado di fare della volontà e della coscienza di popolo l’asse portante dell’intera azione politica. Il populismo è, ormai, una realtà umana profondamente connaturata alle dinamiche del nostro presente e del suo conseguente e naturale avvenire. Non a caso autorevoli intellettuali della cultura attuale, come Alain De Benoist piuttosto che Marco Tarchi, i quali cercano di analizzare tale realtà sociale svelandone, anche, la sua accezione migliore.

Il populismo è “voglia” di piazza, poiché è dalla piazza che si raccoglie il sentire istintivo del popolo vero, che si ode la voce dell’operaio e la rabbia del disoccupato. Il populismo è desiderio d’azione, un fermento di animi che si oppone al pallido stagnarsi di questo attuale corso politico, di questa dominante classe dirigente, sempre meno legata alla sostanzialità popolana del mondo e sempre più immersa tra i vizi di forma. Il distacco, la scollatura antropologica, esistente tra un certo ambiente della nostra società ed il popolo reale (quello che soffre quotidianamente per le percosse del potere) è sempre più netto. L’attuale classe dirigente, diversi esponenti del mondo dei media e dello spettacolo, ed in particolare l’area della società più liberale, quella del filo-europeismo, quella che si scaglia con ferocia contro le affermazioni di Salvini (anche senza argomentare, molte volte) o che liquida a priori gli interventi di Grillo (un comico improvvisatosi politico, agitatore degli istinti più pericolosi delle masse, a detta loro), vive in una sorta di dimensione parallela rispetto alla coscienza di popolo.

L’attuale sinistra, ad esempio (espressione del peggiore pensiero della sinistra liberale italiana, che non ambisce più alla lotta in difesa dei diritti sociali reali del popolo, ma che preferisce arroccarsi su torri d’avori, e compiere sterili considerazioni determinate dalle inferenze logiche del politicamente corretto), è l’espressione massima di tale netta scollatura esistente tra il popolo ed un certo esistere da benpensanti. Questa è la sinistra politica che simpatizza per i criminali e non per i comuni cittadini onesti – è troppo poco “liberal” cercare di intervenire concretamente per tutelare il diritto alla vita e alla difesa personale della gente comune, è troppo poco “radical” proiettarsi empaticamente nel dramma umano di un anziano che è stato costretto a sparare contro un altro uomo, in quanto mosso dal naturale istinto alla sopravvivenza; meglio accanirsi contro di esso, creando di sé un’immagine da menti evolute, che non si mischi nelle faccende del popolino (troppo becero, ignorante, arrogante, frustrato ed oppresso per i propri sentimenti da uomo viziato che ama nascondere il proprio vizio, esibendo una virtù inesistente).
Chiunque contesti la loro posizione è un “analfabeta funzionale” da allontanare. Addirittura chiunque osi porre sotto questione l’illegittimità della pensione eccessiva del proprio leader, è, automaticamente, zittito con quell’altrettanto violenta aggettivazione di “omofono”. La “lineare” logica di codesti uomini è riassumibile nel seguente sillogismo: Beppe Grillo contesta Nichi Vendola, Nichi Vendola é omosessuale, dunque Beppe Grillo è omofobo. Una deduzione logica degna delle piú raffinate menti aristoteliche. Chiunque parli di rafforzamento delle forze di polizia al fine di combattere la delinquenza nelle strade è, automaticamente, un fascista, a partire da altri sillogismi figli della loro “rigorosissima” logica. Chi uccide un delinquente, al fine di proteggere sé stesso e la propria famiglia (e non per il piacere di uccidere), un vile assassino. Quasi come se tutti quegli uomini che hanno sparato a ladri per difendere se stessi, ma anche altre persone, non aspettassero altro che premere il grilletto e freddare un altro essere umano.

Ebbene, a questi sacerdoti dell’anti-populismo come moda retorica si può rispondere che è preferibile il “popolaccio”, quello che soffre, che sente, che ha paura, che è sottomesso, che protesta, che utilizza il turpiloquio quando esasperato, che grida contro il potere, che dice la verità, il popolo vero, il bellissimo e naturalissimo popolo. Il popolo dei precari, dei pensionati che non arrivano alla fine del mese, dei vecchi agricoltori ancora legati alla purezza ed al significato delle cose. Il popolo, che dev’essere difeso, illuminato, protetto, guidato e migliorato, ma non disprezzato. Perché la politica  altro non è (o meglio dovrebbe essere) che realizzazione di un governo di uomini, dotati di particolare ingegno, levatura morale, spirito di sacrificio e competenze in diversi settori, disposti a porre tali qualità al servizio delle masse, facendosi portatori, così, delle istanze di popolo. Anche questo è il populismo.

Essere anti-populisti, invece, significare negare questo connettersi e fondersi con le istanze popolari, e sostegno, invece, a tutto ciò che non sia contaminato dal sentire del “popolino”. L’anti-populismo non è, al contrario, del populismo una ragione filosofica che si sviluppa a partire dal perseguimento di determinati valori, ma la perfetta negazione, l’antitesi immediata di quest’ultima. Perché atteggiarsi a presunti intellettuali, rivendicando la propria non apparenza aprioristica a certi valori e certi pensieri (quasi come se si appartenesse ad una stirpe semi-divina), è, molto spesso,  garanzia d’apparenza ad un certo circuito sociale.