Glabra nudità a mezzo busto, piercing a vista, benda nera in latex sbattuti su uno sfondo bianco che sa di luci al neon: così la Mondadori omaggia Il Piacere di D’Annunzio in occasione dei cinquant’anni della collana ‘Oscar’. La nuova copertina del romanzo, di certo si lascia notare. E non tanto per la seminudità bendata e un po’ violata con la quale si vorrebbe ispirare eroticità o  perversione -nemmeno fosse un’opera per soli adulti, un romanzo erotico, un manuale per aspiranti viziosi. Una mano femminile che stringe una benda attorno agli occhi di un ragazzo dalla bocca dischiusa simboleggia il piacere, mentre la bellezza non è altro che un petto depilato, un piercing fuori misura, un tatuaggio ostentato: ecco cosa prelude al romanzo dannunziano.

Di fronte a tanto, è arrivato il momento di lasciare da parte il lessico accusatorio del perbenismo e del moralismo, per non essere scambiati per perbenisti e moralisti. D’altra parte non sarebbe corretto definire la rinnovata immagine de Il Piacere come volgare, addirittura disgustosa o perversa: una copertina del genere non è in grado di scandalizzare nessuno –siamo abituati a ben peggio. L’unico aggettivo che potrebbe definirla è ‘trash’. La categoria spazzatura è arrivata a comprendere persino i grandi classici della letteratura o per lo meno la loro immagine. Paradossalmente sono proprio le case editrici che dovrebbero tutelarli nell’integrità della loro forma, contenuto, messaggio a rendere possibile lo snaturamento di queste opere, dandole alla mercé di un mercato che per renderli ‘vendibili’ li sminuisce nella loro grandezza e ne annichilisce il messaggio; ma del resto che nemmeno più l’arte fosse oramai immune dalle logiche di mercato, non è cosa di cui stupirsi. Se la nuova copertina de Il Piacere è stata esposta alla vendita poiché ritenuta congeniale al romanzo sulla base della logica sommaria del  “vendere l’idea, non il prodotto”, sorgono due interrogativi:   che tipo di merce è considerato oggi Il Piacere? Quale idea de Il Piacere la Mondadori sta cercando di vendere?

Nessuna giustizia è resa al culto della bellezza, a quello della donna e a quello del piacere: dell’elezione e della ricercatezza che caratterizzano l’espressione dannunziana del romanzo non v’è traccia. La nuova immagine di copertina  riflette una comprensione del romanzo viziata da un infantilismo intellettivo oltreché erotico; intellettivo perché si fa leva su un titolo come Il Piacere per tentare di vendere il romanzo per ciò che non è, una ars amatoria o un antesignano di Fifty shades of Grey; erotico perché l’ostentazione della sessualità (o degli elementi che essa vogliono richiamare) in contesti non attinenti, sembra una simulazione un po’ isterica di quella mancanza di malizia,  di quel superamento di tabù dai quali in realtà si è ben lontani. Della passione che è vizio del corpo e ascesi dell’anima, della sapienza con cui l’amatore compiace sé e l’amante, della bellezza che si venera e dalla quale si è sedotti, cosa resta? La banalità della carne, lo squallore del godimento, l’artificialità dell’immagine. L’orizzonte tetro di un mondo che banalizzando l’arte, l’arte la uccide.