La massima gramsciana, riportata all’interno dei Quaderni del carcere, “pessimismo dell’intelligenza, ottimismo della volontá”, divenuta, ormai nota al grande pubblico, sintetizzava quel dualismo d’interpretazione che l’ideologia marxista iniziava ad assumere nei primi decenni del Novecento: da un fronte l’ottimismo nella formazione di una coscienza collettiva che distruggesse le logiche produttive capitaliste, dall’altro una necessitá di prendere maggior coscienza razionale rispetto alle difficoltà effettive nella creazione di movimenti collettivisti i in funzione anti-borghese. La massima che, invece, sintetizzerebbe al meglio l’odierna società della massificazione totale e del conformismo sfrenato (della quale ognuno, anche le menti più brillanti e meno soggette all’influenza altrui ne sono vittime), dove é la politica a dominare l’intera vita dell’individuo e dove la politica, mediante i grandi mezzi di distribuzione di valori (televisione, giornali, radio, social network, etc.etc.) é in grado di orientare realmente i comportamenti ed il pensiero globale del soggetto, potrebbe essere proprio la seguente: nichilismo della sinistra e cinismo della destra. Il fenomeno del “leaderismo”, infatti, mai come in questi ultimi istanti temporali, é divenuto una costante sociale, specialmente nel panorama politico e mediatico italiano, dove i grandi leader della sinistra e della destra attuale, propongono, con costanza, la loro immagine e presenza in quasi ogni spazio mediatico possibile, proponendo idee, concetti e valori che (grazie all’efficacia e alla potenza degli attuali mezzi di comunicazione di massa) esercitano, indubbiamente, sulle coscienze dell’individuo un impatto di notevole entità, costituendo una sorta di rapporto di reazione/imitazione e di assimilazione/identificazione tra leader politico ed il soggetto fruitore. I nuovi grandi leader italiani (si pensi a Matteo Renzi, piuttosto che a Matteo Salvini), infatti, seguendo l’emblematico esempio di uomini come Silvio Berlusconi e, prima ancora, Bettino Craxi, non solo propongono idee e soluzioni alle problematiche che flagellano il sistema italiano in generale, ma impongono nelle vite dei soggetti spettatori (o, forse, sarebbe meglio affermare, del popolo dei proseliti devoti), una vera e propria forma mentis, in grado di determinare i giudizi, le scelte, le opinioni, i comportamenti ed anche il linguaggio stesso e la predilezione di alcuni argomenti a sostegno di tesi piuttosto che altri. I salviniani ad hoc, ad esempio, oggi più che mai, amano molto utilizzare un lessico che rimanda molto ad un senso forte d’identificazione verso il proprio schieramento e di demonizzazione, invece, delle espressioni di sinistra, servendosi di parole molto in voga come “sinistroide”, “buonista”, “catto-comunista”, etc. Anche i renziani (sempre molto legati al loro leader e al modello neo-liberista da lui propugnato) conservano un lessico molto comune e standardizzato (che, sostanzialmente, riproduce alcune affermazioni pubbliche compiute da Renzi), con termini come “gufi”, “rottamazione”, “remare contro”, etc. E ogni altra espressione politica conserva il suo personalissimo lessico.

Ma l’influenza dei grandi leader politici non é soltanto stata del linguaggio ma, soprattuto, del pensiero e, di fatto, oggi, destra e sinistra hanno il comune obiettivo di indirizzare l’elettorato verso modelli di azione, formulazione del pensiero e compimento dell’azione rigidi e predefiniti: la sinistra (con il suo ormai totale riformismo filo-liberista e sempre meno popolare), induce l’elettorato all’acquisizione di un atteggiamento sempre più rivolto alla sfera dell’economia e sempre meno rivolto alla sfera del sociale, con la conseguente perdita di quell’energia vitale che, partendo dalla volontà di conservare determinati principi, si rivendicherebbero diritti, istanze e valori in cui credere (la sinistra di oggi non é più, di certo, quella cheguevariana di “El pueblo unido jamas sera vencido”, ma è quella della “buona scuola” o dell’affermazione della “ideologia del gender”: tutte espressioni di pensiero funzionali al modello economico vigente). L’unica espressione di sinistra che, potenzialmente, invece, potrebbe condurre una rivendicazione dei diritti umani in funzione anti-capitalista, sarebbe Sinistra, Ecologia e Libertà, che però preferisce ancorarsi ad istanze di forma che, di fatto, alimentano la macchina neo-liberista di nichilismo edonista renziano. Sull’altro fronte, invece, la destra, in particolare la neo-destra nazionale e conservatrice salviniana, con la sua retorica propagandistica della “caccia allo straniero”, dell’individuazione del diverso e della minoranza, con il suo pragmatismo ad ogni costo, ed il suo senso della giustizia e della vendetta in nome della protezione dell’ordine collettivo e sociale, predispone il soggetto ad un cinismo dello spirito e del pensiero senza precedenti, cieco dinnanzi all’essere umano e reattivo dinnanzi all’abuso (non importa più che si abbia sempre a che fare con soggetti umani, se questi rappresentano una minaccia o un ostacolo devono essere emarginati e allontanati dal “grande branco”). Non si può più “peccare” di sentimentalismo (caratteristica che, peraltro, storicamente, caratterizza gl’italiani rispetto ad altri popoli) o di quel senso di umana pietà (di cui parlava anche il filosofo svizzero Jean-Jacques Rousseau), ma é necessario applicare con costanza la logica e cinica legge hobbesiana dell’homo homini lupus. Tra il cinismo della destra (che ci impone uno spegnimento del sentimento umano e del l’individuazione di un proprio simile in ogni uomo) e l’assenza di modelli spirituali ed ideali propri della sinistra capitalista renziana, forse, esiste o dovrebbe esistere un giusto equilibrio, un’alternativa alla creazione dell’uomo meccanizzato (senza sentimento e senza ideale).