di Sarah Mosole

La riflessione prende avvio da un interrogativo: è possibile conciliare il mondialismo, inteso come ideologia e prassi culturale universalista che si incentra sull’abbattimento delle frontiere e delle identità nazionali, con l’assidua frequentazione della sagra del culatello di Zibello?
La questione è più che seria perché o si è costretti ad affermare che il mondialista compulsivamente persegue la distruzione di ciò che lo appassiona o si è costretti ad affermare che egli non si è posto alcune domande fondamentali.
La prima di esse è la seguente: può una cultura sopravvivere senza un territorio di riferimento? e, poco più in là, può parlarsi di “popolo” quando si nega uno dei fattori fondamentali di esso, ovvero l’ambiente, inteso come territorio di appartenenza di quello stesso popolo e oggetto della sua sovranità? Il culatello di Zibello in questo senso rappresenta un presidio nazionalsocialista. Solo la conoscenza della nebbia e delle arie del Po permette al maestro norcino di ottenere il re dei salumi. E tale sapienza è costata tempo,tempo speso per generazioni tra le amate nebbie del Po, per restare ai fatti. Un Tempo e uno Spazio. Uno spazio, che si definisce tale solo attraverso la contrapposizione ad altri spazi. Un confine. Un confine all’interno del quale la nebbia del Po è regina. Negare il confine, significa negare lo spazio, e infine la possibilità di un tempo, quello necessario a generare radici, senso di appartenenza di un individuo al suo ambiente.
Il tema è quello della de-territorializzazione, termine con il quale si indica un fenomeno di rottura di dinamiche identitarie che si dispiegano in rapporto ai luoghi, a partire da una territorialità costruita storicamente dalle pratiche della collettività. La dimensione globale delle transazioni ha infatti determinato una progressiva e generalizzata perdita di rilevanza della localizzazione di un territorio dato, tanto per quanto riguarda le attività economiche che per quanto riguarda le relazioni umane.
Concretamente, la perdita di importanza dei luoghi è quindi un effetto tipico della globalizzazione economica che creando immediata accessibilità a località anche remote ha consentito la creazione di un unico mercato globale con relativo indebolimento delle frontiere materiali dello stato nazione, e quindi del potere statale, a favore del rafforzamento di altre forme di potere  – basti pensare al ruolo della finanza e delle multinazionali nei processi decisionali interni ad ogni paese. Un tipo di economia che conduce a, e legittima, ristrette oligarchie transnazionali che si arricchiscono enormemente sfruttando la povertà e il sottosviluppo della stragrande maggioranza dei popoli. Un tipo di economia che passa attraverso la distruzione di culture specifiche, di attività autonome, artigianali, tipiche dei luoghi e della storia dei luoghi conducendo a quella de-territorializzazione di cui si diceva.
Ma se la storia del capitalismo è in se una storia di de-terittorializzazione è necessario ora considerare come tale  fenomeno, lungi dall’essere avversato dallo schieramento politico che oggi si colloca asseritamente a sinistra, è al contrario giustificato e glorificato da un’ideologia che lo sostiene e lo spaccia per il migliore dei mondi possibili, secondo logiche che ubbidiscono a un misto di retaggi sessantottini e illuminismo da terza elementare. L’abolizione delle frontiere quale presupposto alla Liberté, lo sradicamento quale presupposto alla Egalitè, l’Accoglienza quale realizzazione della Fraternité.

Questa corrente di pensiero è la stessa che si definisce a favore di una società multi – culturale. Ma ci si è mai posti la domanda fondamentale, ovvero: il multi-culturalismo è possibile senza che ciascuna cultura abbia un proprio territorio di riferimento? Accanto alla libertà di emigrare, non si deve legittimamente contemplare anche una libertà a non emigrare? Non sarebbe questa una posizione realmente multi – culturalista?
Quando si sottopone il territorio della cultura ospitante a iniezioni massicce di elementi estranei ad esso in un lasso di tempo storicamente brevissimo, può tale cultura  sopravvivere?  mentre dal lato della cultura “ospitata” ha senso parlare di rispetto di usi e costumi che si sono sviluppati in rapporto ad un territorio dato e alle sue specificità, a meno di non volerli ridurre ad una carnevalata? Senonché, al mondialista nostrano la questione sembra essere totalmente sfuggita di mano e di fronte all’afflato cosmopolita della generazione Erasmus non c’è logica che tenga. Troppe sono le istanze che giocano a favore della maglietta del mondialista.

In primo luogo, la strumentalizzazione del nazionalismo operata in epoca fascista che ha prodotto un integrale rigurgito di tutto quanto sia legato all’identità nazionale, al sol menzionar la quale si levano forchettate antifasciste in altrettante pastasciuttate antifasciste voracemente divorate da un capo all’altro dello stivale. Ma la strumentalizzazione è reiterata e all’inverso questa volta. La scusa dello spauracchio fascista è oramai una commedia da baraccone, seppur messa in atto abbondantemente e sapientemente, dirigendosi proprio a quella pancia degli elettori che tanto si stigmatizza quando solleticata in altre direzioni. Indubbiamente, poi ,gioca a favore di detta ideologia un altro fattore fondamentale, quello dello storico internazionalismo della sinistra, quello dell’abbattimento delle frontiere al grido di “Lavoratori di tutto il mondo unitevi!”. Ma da un punto di vista strettamente socio economico non è difficile vedere come l’abolizione delle frontiere /confini/ identità nazionali non si svolga affatto in senso “comunista” bensì al contrario stia riducendo il lavoro salariato a condizioni pre sindacali, per non dire medievali, attraverso il ricorso al quel “esercito industriale di riserva” di cui parlava Marx. C’è poi una componente “de core”, banalmente emotiva, che mescola richiami a retaggi sessantottini con il verbo di Papa Francesco e che tutto risolve nell’amore che salva. Chi non sposa l’ideologia di cui si tratta è mosso da odio e farebbe bene ad amare di più. La dicotomia amore /odio buona per telenovelas strappalacrime viene assunta a criterio di scelta politica. Insomma mentre a destra si ragiona con la pancia, a sinistra si ragiona con il cuore.  Peccato poi che queste persone non provino la minima compassione/empatia per i loro connazionali nei confronti dei quali non esistano a riversare cariche d’odio ad ogni occasione. Sono tuttavia sinceramente e generosamente amorevoli nei confronti di tutto ciò che è nuovo, diverso, distante da loro. Esotico.

Eppure, ancora, il mondialista non vacilla nemmeno un istante, sebbene sia di solare evidenza come non ci siano ragioni che tengono per sposare questo modello di Progresso.  Infatti, termina con una sciabolata il progressista mondialista, tutto ciò è “inevitabile”, è la Storia. Un abdicazione totale, una resa totale e incondizionata alle logiche del liberismo più spinto. L’unica risposta che ci si può aspettare da un morto, da una politica fatta da zombies per cittadini che attendono l’ “Inevitabile”. E d’altro canto nel momento in cui la politica si fa carico dei problemi del mondo essa cessa di essere politica, arte di governo del territorio, e diviene solo un grande circo, una grande pagliacciata. In ciò, gli stessi illuministi, a sproposito sbandierati per il richiamo al concetto di Egalitè, verrebbero in questo caso puntualmente citati, dal momento che il mandato di rappresentanza è il fondamento della teorica democratica di matrice illuministica.

Un rappresentante che fa gli interessi non del rappresentato ma di una terza parte, esprime un cortocircuito logico prima che giuridico, è la morte della democrazia intesa come governo del popolo. E infatti si arriva esplicitamente a presentare cessioni di sovranità come panacee a tutti i mali che affliggono il paese. Dicevamo, la rappresentatività politica sparisce nella misura in cui sparisce il concetto di confine, di frontiera. L’una non esiste senza l’altro. Il concetto di nazione come comunità stanziata in un territorio ne esce privo di senso. Tutto ciò naturalmente si traduce in non governo, in non governo dell’economia che, libera da qualsiasi controllo statale realizza un ipercapitalismo su scala globale che gode come mai prima della massima e “libera” circolazione delle merci, dei capitali e degli uomini.

Anche le specificità culturali perdono di senso insieme al concetto di territorio, nonostante gli spot tutti cultura e territorio del mondialista alla sagra del culatello di Zibello. La celebrazione dello sradicamento quale progresso e in particolare quale realizzazione di un malinteso egualitarismo diventa la cultura di riferimento, o meglio la non-cultura, in quanto la prima è sempre un fenomeno identitario. Tolta di mezzo l’identità e quello che essa ha da esprimere ci guadagniamo favolose esposizioni d’arte ove spiccano tele con uova rotte di gallina su acrilico o le sculture di barboncini fatte di palloncini di tale Jeff Koons. Ebbene, si potrà obiettare che le intenzioni non erano quelle.
Infatti il mondialismo di sinistra interpreta l’abbattimento del concetto di frontiera in tutt’altro modo. Si vorrebbe in sostanza che tutti avessero diritto ad un’ esistenza dignitosa. Lodevole. Ma le affermazioni di principio non costano nulla e sui mezzi messi in campo viene quasi da ridere. L’egalitarismo passerebbe attraverso l’estensione della cittadinanza di un paese occidentale “ad economia avanzata” a chiunque ne faccia richiesta, ovvero si universalizza il modello occidentale con la scusa dell’uguaglianza. Con la scusa della Libertà, e con un consueto atteggiamento di paternalistica arroganza.  Nel frattempo non ci si chiede nulla sul presente e sul futuro di chi è già cittadino. Anzi, lo si convince di meritarsi di vedersi scippato dei propri diritti, perché adesso tocca darli agli altri. Un po’ per ciascuno non fa male a nessuno.

Ora se questo è, permettiamoci di mettere in discussione le intenzioni o per lo meno, data la grottesca funzionalità del modello culturale propugnato dalla sinistra ad una economia iper-capitalistica,  permettiamoci di farci delle domande. In particolare, con la consueta rozzezza che contraddistingue chi non pensa “left”, non pare affatto inopportuno porsi la domanda su chi paga, chi sponsorizza l’ideologia mondialista.

Cui prodest, l’abbiamo già capito.