Parte II

L’arcano della merce

La merce a prima vista può sembrare una cosa triviale ovvia, scontata nella sua banalità. Eppure Marx mostra come essa, all’interno della società dove domina il modo di produzione capitalistico, diventa una cosa “imbrogliatissima” piena di “capricci metafisici” e oggetto di una venerazione che rasenta la fede teologica. Dietro le merci e la loro relazione che le rende scambiabili, vi è l’eguaglianza dei lavori umani, quindi la riduzione delle differenti qualità di valore d’uso a prodotto di lavoro semplice, uguale gelatina di lavoro astrattamente generale. La relazione tra produttori a sua volta, è misurata in quantità di tempo di lavoro impiegato a produrle. Ora la cosa interessante è che questi [il lavoro concreto e il tempo di lavoro socialmente necessario] caratteri palesemente soggettivi, cioè riferiti al lavoro sociale che produce merci, diventano attributi/predicati oggettivi delle cose. L’equiparazione dei lavori umani, astratti dalle loro differenze qualitative, si capovolge nell’eguale oggettività di valore di prodotti del lavoro e solo mediante tale oggettività l’uguaglianza del lavoro concreto con il lavoro oggettivato riceve forma reale. Ne segue che la misura della durata temporale del dispendio di forza lavoro, si capovolge nella grandezza di valore dei prodotti del lavoro e dato che questa grandezza giacché inerente al prodotto di per sé a stabilire la quantità di tempo di lavoro necessario a produrre quelle determinate merci. Non è più dunque, la quantità di tempo di lavoro socialmente necessario a stabilire la grandezza di valore di una merce, viceversa, è la grandezza di valore di una merce a stabilire la quantità di tempo di lavoro socialmente necessario, cioè quanto tempo il lavoratore debba lavorare. Non a caso Marx afferma: “Infine i rapporti fra i produttori, nei quali si attuano quelle determinazioni sociali dei loro lavori, ricevono la forma di un rapporto sociale dei produttori del lavoro”. Nella forma di merce dunque gli uomini non vedono direttamente i caratteri sociali del loro lavoro e il rapporto tra i loro lavori e il lavoro sociale complessivo, infatti, i caratteri sociali dei lavori degli uomini sono fatti apparire come caratteri oggettivi dei prodotti di quel lavoro, come proprietà sociali naturali delle cose, e il rapporto sociale tra produttori e il loro lavoro complessivo è fatto apparire come un rapporto sociale fra oggetto. Vi è un’inversione, un capovolgimento, attraverso il quale i prodotti del lavoro diventano, dice Marx: “Cose sensibilmente sovrasensibili”, cioè cose sociali, si ha così la merce con tutti i suoi capricci teologici. Va precisato che si tratta non di un fenomeno naturalmente inerente al lavoro umano, in cui i valori di scambio delle merci sono proprietà naturali delle cose, ma di un fenomeno caratteristico della società borghese e della forma di produzione tipica del capitalismo in cui il rapporto sociale dei lavori umani assume la “forma fantasmagorica” di un rapporto sociale fra cose.

La religiosità della merce

Per spiegare tratti caratteristici della forma di merce, Marx in tutto il capitale ricorrerà spesso e volentieri, all’analogia con la sfera religiosa. Cosi come gli oggetti della religione non sono altro che il frutto del cervello umano, i quali si ergono come enti autonomi dagli uomini che li hanno pensati, cosi nel mondo delle merci i prodotti del lavoro umano diventano figure dotate di caratteri propri [valore di scambio] e grandezza propria [grandezza di valore] che intrattengono rapporti reciproci [scambio] tra loro, ma che in realtà non fanno altro che riflettere il rapporto tra i produttori e il lavoro sociale complessivo. Una volta che si è affermata come forma di relazione predominante lo scambio di merci, ossia di lavori privati eseguiti isolatamente come articolazioni frammentarie del lavoro sociale complessivo, la socialità del lavoro non si presenta in maniera immediata ai produttori che scambiano i loro prodotti come merci. Ne segue che il rapporto tra il lavoro complessivo e il lavoro individuale appare capovolto ai produttori, come relazione sociale tra i prodotti stessi del lavoro posta però mediante lo scambio, solo mediante queste relazioni tra i loro prodotti considerati come cose, provviste di proprietà sociali oggettive, i produttori entrano in rapporto tra di loro. Questa mistificazione che nasce dal carattere sociale del lavoro produttore di merci è il “feticismo delle merci” in cui i rapporti sociali non appaiono per ciò che realmente sono, cioè come rapporti immediatamente sociali fra persone nei loro stessi lavori, ma come rapporti di cose fra persone e rapporti sociali fra cose. Allo stesso modo nella religione l’uomo oggettiva la propria essenza in un altro ente [dio] per poi rendersi oggetto di tale soggetto oggettivato, diventa cioè il fedele, si rende da stesso la pecorella smarrita da ricondurre al pascolo da lui stesso creato, in pratica è il pastore di se stesso. Bisogna subito precisare che si tratta di un’illusione prosaicamente reale, perfettamente in linea con i tratti specifici di una determinata forma di società, quella dove domina lo scambio e il rapporto di valore dei prodotti del lavoro. Ovviamente per Marx anche altre forme di società nella storia hanno conosciuto lo scambio di prodotti utili [es. il medioevo o la società patriarcale contadina] ma solo quando quest’ultimo si estende in maniera tale che le cose utili sono prodotte assolutamente in vista dello scambio, solo quando il valore d’uso diventa dialetticamente il suo opposto, diventa cioè l’involucro fenomenico del valore di scambio, solo allora s’iniziano a considerare i prodotti sotto il duplice aspetto di cosa utile/cosa di valore.
Il dominio assolutistico del valore di scambio porta gli uomini a fare astrazione della disuguaglianza qualitativa dei lavori che producono cose altrettanto differenti per qualità, riducendoli a unica gelatina di lavoro astrattamente umano, appunto per poterli scambiare. Il valore di scambio perciò non si presenta da subito per quello che è, cioè come contenitore materiale di lavoro astratto, bensì dice Marx tende a  “ogni prodotto in un geroglifico sociale”, solo dopo che la produzione degli oggetti/merce si è pienamente consolidata gli uomini, cominciano a decifrare l’arcano di quel geroglifico, essendo la determinazione degli oggetti utili come valore di scambio un prodotto sociale degli uomini quanto lo è il linguaggio.