Lungi dall’essere un “errore” della conoscenza (intellettualismo etico greco) o una “colpa” derivata dal peccato (cristianesimo), e quindi rispettivamente un qualcosa di o del tutto risolvibile dall’uomo (tendenza ripresa ed enfatizzata dall’illuminismo moderno) o completamente insondabile (come sostiene Kierkegaard), il male sembra, oggi più che mai, appartenere intrinsecamente alla nostra natura, rivelandosi non in occasioni particolari, ma nella (non) azione quotidiana. La tesi di questo breve articolo è che, nel nuovo millennio (secolarizzato e materialista), più che di “male”, si deve parlare di un “malessere”, generato dalla sproporzione tra la volontà ed il reale raggiungimento della felicità da parte degli individui, sempre più atomizzati e meno socievoli, all’interno di strutture sistemiche, caratterizzanti della post-modernità.

Charles Taylor, nel suo Il disagio della modernità, illustra tre patologie che affliggono l’uomo moderno: l’individualismo sfrenato, che rischia di eliminare tutto ciò che lo lega agli altri; la ragione strumentale, causa della subordinazione di tutti i fini al principio causa-effetto; la perdita della vera libertà, quella politica. Per quest’ultimo punto, Taylor si rifà ad Alexis de Tocqueville, grande pensatore politico dell’ottocento, che metteva in guardia i suoi contemporanei dai pericoli della liberal-democrazia nascente: «Vedo una folla innumerevole di uomini eguali, intenti solo a procurarsi piaceri piccoli e volgari, con i quali soddisfare i loro desideri». Un male, perciò, che non deriva da una scelta sbagliata (Socrate), dalle passioni (filosofie ellenistiche) o dalla privazione di bene (Agostino), ma dalla passività, che invece di voler risolvere la questione, la dissolve, come Kant propose di fare con la Teodicea, così che, come ha osservato Pier Paolo Portinaro: «L’individuo si arrende alla prepotenza degli imperativi sistemici e, quando questi producono sofferenza, ne diventa corresponsabile senza avvertire alcun senso di colpa oppure, al contrario, restando vittima di psicosi di colpevolizzazione collettiva».

Non è certo una novità che il male sia incarnato in noi stessi. Già i Vangeli di Luca e Matteo, la Lettera ai romani di San Paolo e perfino Kant (seppur con delle conseguenze diverse) parlavano di un male “radicale”, ovvero radicato nell’animo umano. Ciò che è caratteristico del nostro tempo, è che questo si fonde con i prodigi della tecnica (la quale, lungi dal risolvere il problema, l’ha rafforzato) e con i desideri consumistici onnipresenti dando vita ad una forma di malvagità, talmente interiorizzata, ma dalle conseguenze sociali enormi, difficilmente prevedibile fino a qualche decennio fa. Ma la storia è fatta anche di grandi uomini, visionari, anticipatori di tempi futuri. È questo il caso di Jean-Jacques Rousseau e Fëdor Dostoevskij. Il filosofo ginevrino, già nel settecento, aveva capito come l’amor proprio (diverso dal positivo amor di sé), generato dal desiderio di voler apparire, piuttosto che essere, avrebbe dato vita ad una società del tutto disumanizzata ed ossessivamente competitiva, ovvero quella “civilizzata”, che porterà alla celebre frase del Contratto Sociale: «L’uomo è nato libero, e ovunque è in catene». Circa un secolo dopo, Dostoevskij nelle Memorie dal sottosuolo, più o meno consapevolmente, reinterpreterà questo pensiero, affermando che: «La civiltà ha reso l’uomo, se non più sanguinario, certamente sanguinario in modo peggiore, più infame di prima».

Oggi, l’infamità evidenziata dalla scrittore russo consiste nel piegarsi supinamente a disegni sistemici convinti di conseguire la propria felicità, mentre tutto ciò non fa che enfatizzare il disagio evidenziato da Taylor, nell’ormai distante 1991, che si può riassumere sotto la formula “non conta chi sei, ma cosa possiedi”. Basti pensare alle masse disposte ad andare in giro in pigiama per un panino gratis da McDonald’s ed alle file chilometriche per comprare il nuovo modello di iPhone, ma anche al quotidiano pellegrinaggio ai centri commerciali, veri e propri luoghi di culto del “monoteismo del mercato”, dove alleviare le proprie sofferenze accumulando cose inutili. Se probabilmente è vero che il male è “legato alla nostra stessa identità” (Todorov) non è detto però che dobbiamo farci dominare da esso, fino a divenire dei burattini frustrati. Ecco perché, nel nuovo millennio il Bene deve significare: pensiero e consumo critico, partecipazione attiva alla vita Politica, rafforzamento dei legami sociali e, più in generale, rivalutazione di noi stessi e di ciò che ci circonda. Ritrovare, in maniera reale e non apparente, la felicità o eudaimonia (da distinguere marcatamente dall’edonismo) rappresenta il miglior antidoto al malessere della post-modernità.