«Il liceo classico è sotto accusa, anzi, sotto assedio». Ha esordito così Nicola Gardini nel suo Domenicale su Il Sole 24 Ore in difesa del Liceo Classico. Problema che, ormai, anima il dibattito sul futuro della scuola italiana sulla quale, del resto, occorre stendere un velo pietoso. «La corsa precipitosa alla monetizzazione del sapere – osserva Gardini -, insomma, sta facendo piazza pulita degli insegnamenti letterari e linguistici un po’ dovunque. Ci sono università in Inghilterra in cui le humanities sopravvivono solo se chi le vuole insegnare va a cercarsi fondi fuori, con laboriose, kafkiane domande, il successo delle quali porta soldi non solo alla persona che ha fatto la domanda, ma allo stesso ateneo che impiega la persona». Com’è difficile dare torto ad una simile conclusione?

Eppure, quel che bisognerebbe mettere in chiaro è che il liceo classico è morto già da tempo. Vero è che la monetizzazione del sapere produce effetti catastrofici, vero è che chiunque oggi preferisce lasciare in cantina quel polveroso sapere su cui si è costruita la civiltà moderna e preferisce sfondare una porta aperta nei settori scientifici ed economici. Tuttavia, invece che stare qui a chiederci se salvare o no il liceo classico, quesito inutile in un mondo soggetto all’ignoranza dell’arcano, che dà dignità alla cultura solo in quanto ‘utile per’ (donde appunto il filosofo nell’azienda, il ‘filosofo sommelier’ [master al S. Raffaele in filosofia del vino], altre idiozie simili che solo una civiltà allo sbando può concepire), chiediamoci cosa si possa fare per ridare dignità ad una cultura che non debba affatto preoccuparsi se studiare o meno il latino od il greco, poiché riterrebbe il solo porsi la domanda un atto quasi sacrilego. Che muoia il liceo classico – questo liceo classico – è l’ultimo dei problemi, e perché il suo ruolo pedagogico è stato ridotto a quello di fornitore di nozioni, e perché da tempo ha abdicato alla funzione di formare anime classiche. E, se proprio vogliamo dirla tutta, non vale neanche lo sforzo di giustificare la scientificità del latino, del greco o della filosofia per obiettare alla superiorità di status delle discipline scientifiche. Il problema non è se fornire esclusivamente un’educazione scientifica oppure un’educazione umanistica. Ragionamento, questo, che misconosce il significato pedagogico del sapere (che è umanistico e scientifico insieme) e che si muove nell’ottica di una compiuta parcellizzazione del medesimo, aberrazione su cui, del resto, si regge il sistema d’istruzione contemporaneo.

Una cultura che voglia definirsi classica non parcellizza, ma forma uomini a tutto tondo: forma anime, prima che professionisti. Oltretutto, non ha più senso il Liceo Classico, se, la retorica melliflua di chi lo difende aprioristicamente contro la scientifizzazione del reale, forma avversari del sapere. Tanto gli umanisti, tanto gli scienziati nel momento in cui decidono di rinchiudersi nelle loro specialistiche torri d’avorio, sforzandosi di non riconoscere l’unità del sapere, perdendosi nei particolarismi delle proprie discipline, compiono un vero e proprio crimine contro la scienza. Questione attualissima questa, che vede contrapposte Scienza (nelle sue discipline specialistiche) e Filosofia e che, come in fondo si accorse Edmund Husserl, padre della fenomenologia, non ha ragione di esistere, dal momento che la scienza stessa non può procedere oltre, se non si riappropria delle sue radici autenticamente filosofiche. Quella che presentiamo è l’altra faccia della medaglia, un j’accuse – si perdoni la semplificazione – nei confronti della scienza moderna che, pur raccogliendo notevoli successi, in realtà si allontana «da quei problemi che sono decisivi per un’umanità autentica». Quella della scienza è, infatti, una crisi di senso. La parcellizzazione del sapere – come nucleo della mentalità razionalistica -, che è venuta annunciandosi via via in età moderna, insieme all’incapacità di considerare la soggettività umana, non può che produrre meri uomini di fatto. Ne La crisi delle scienze europee e la fenomenologia trascendentale, che è, in realtà, una raccolta di appunti e testi redatti da Husserl per una serie di conferenze, il filosofo austriaco, scrive:

«Le mere scienze di fatto creano meri uomini di fatto. […] Nella miseria della nostra vita – si sente dire – questa scienza non ha niente da dirci. Essa esclude di principio proprio quei problemi che sono i più scottanti per l’uomo, il quale, nei tempi tormentati, si sente in balia del destino; i problemi del senso o del non-senso dell’esistenza umana nel suo complesso. Questi problemi, nella loro generalità e nella loro necessità, non esigono forse, per tutti gli uomini, anche considerazioni generali e una soluzione razionalmente fondata? In definitiva essi concernono l’uomo nel suo comportamento di fronte al mondo circostante umano ed extra-umano, l’uomo che deve liberamente scegliere, l’uomo che è libero di plasmare razionalmente se stesso e il mondo che lo circonda. Che cosa ha da dire questa scienza sulla ragione e sulla non-ragione, che cosa ha da dire su di noi uomini in quanto soggetti di questa libertà? Ovviamente, la mera scienza dei fatti non ha nulla da dirci a questo proposito: essa astrae appunto da qualsiasi soggetto>>.

Se dal Liceo Classico escono giovani incapaci di incantarsi dinanzi ad una Suite di Bach, incapaci di comprendere il valore di una poesia o di un’opera teatrale, incapaci di cogliere le trame della storia e le tappe del pensiero, il Liceo Classico ha fallito. Ma, soprattutto, non ha più senso proprio nel pattume rappresentato da questa società. Non ha più senso una cultura classica, perché questa società non forma, ma produce. E la produzione inizia già prima degli studi liceali: dalla sozzura offerta dalla televisione ai messaggi pubblicitari, dal vivere in ambienti privi di ogni logica estetica (vuoti, dunque) alla fruizione consapevole, per lo più, di una ‘cultura’ artistica piegata – anch’essa – alle logiche della ‘produzione di merce artistica’. Aveva ragione Agostino Gemelli:

«Noi abbiamo paura di questa coltura moderna, […] perché strozza le anime uccidendo la spontaneità del pensiero. Ancora. Noi ci sentiamo infinitamente superiori a quelli che proclamano la grandezza della coltura moderna. Questa è infeconda ed incapace di creare un solo pensiero ed al posto del pensiero ha eretto a divinità la erudizione del vocabolario e della enciclopedia».

Chiediamoci della validità, oggi, della cultura classica. Osserviamo i risultati che produce. Poi, valutiamo se il problema sia costituito dal Liceo Classico in sé o dalla decomposizione culturale che corrode l’umano ed il sapere. Questa civiltà va rifondata da capo a fondo: non patteggiare, mai scendere a compromessi, bensì distruggerla. È questo l’unico modo per formare veri Uomini e vere Donne.