Michele Rech (in arte Zerocalcare) è un fumettista romano del quartiere di Rebibbia, che, negli ultimi anni, ha intrapreso due viaggi in Kurdistan, nel pieno del conflitto contro lo Stato Islamico. Ad aprile è uscito il volume Kobane Calling, che, in più di quattrocento pagine di tavole realizzate, riassume le tappe fondamentali di questa esperienza, offrendo al lettore un resoconto “giornalistico”, anche se Michele preferisce discostarsi da questa definizione, utilizzando il termine di “non-reportage”. Tuttavia, il lavoro è di altissimo livello, in quanto capace di conciliare l’aspetto teorico con quello vissuto direttamente dall’autore, di far riflettere, ma anche di riuscire a strappare qualche risata, con riferimenti alla quotidianità romana, della quale Zerocalcare è un orgoglioso portatore. Ciò che viene da chiedersi immediatamente è: cosa ha spinto un fumettista di Rebibbia ad andare in una zona di guerra? Lo stesso Michele risponde a questa domanda. Prima, però, sarà necessario fare qualche precisazione.

Il Kurdistan è una Nazione, ma non uno Stato, in quanto il suo territorio è spartito tra Siria, Turchia, Iraq e Iran. Tutti questi paesi non vogliono rinunciare ai loro territori e, per questo, le minoranze curde non vengono riconosciute né culturalmente né politicamente. Questa situazione ha prodotto, nel corso del tempo, la formazione di gruppi armati, ma anche la nascita di progetti politici. Esempi in questo senso sono le YPG (“Unità di protezione popolare”, ovvero la milizia nel nord della Siria), il PKK (“Partito dei lavoratori del Kurdistan”, attivo in Turchia e considerato illegale dal governo turco) e il Rojava (la confederazione democratica nel nord della Siria, per l’appunto non riconosciuta come autonoma dal governo siriano). Come accennato, Michele ha intrapreso due viaggi nei territori curdi: il primo nella parte turca, il secondo in quella siriana, passando per Kobane, la roccaforte simbolo tolta a Daesh nel gennaio 2015. L’esperienza ha mostrato le ipocrisie internazionali che continuano a determinare gli scenari medio-orientali. Innanzitutto, le incertezze (se così si possono definire) statunitensi, che hanno portato ad interventi tardivi e confusionari nelle regioni interessate dal conflitto. Poi la Turchia di Erdoğan, che continua la sua crociata contro i curdi, anche a costo di finanziare e sostenere le milizie dell’Isis. Infine, l’Arabia Saudita, storica maggior partnership economica per l’Occidente nell’area interessata, rea di aver sostenuto il Califfato (con i nostri soldi, ovviamente) e di essere presa a modello di sviluppo, pur non avendo nemmeno una costituzione.

Un discorso a parte è rivolto verso la Siria di Bashar al-Assad, alla quale viene riconosciuta la significativa valenza nella guerra contro Daesh. Forse la parte debole del lavoro risiede proprio nella mancata sottolineatura di quanto anche lo Stato siriano stia contribuendo alla guerra contro il terrorismo. Questo fenomeno è probabilmente da ricondursi ad una certa tendenza a “sinistra”, che vede nel Rojava un progetto di libertà democratica, mentre nel governo di Assad un regime tirannico, ignorando il reale contesto nel quale si colloca e le modalità con cui si alimenta. Al di là però di scenari geopolitici e culturali, cos’è dunque che spinge un fumettista romano, innamorato dei plumcakes, a recarsi in uno dei posti più pericolosi al mondo, dove a colazione si mangiano al massimo lenticchie, olive e formaggi piccanti? «Be’ questa è nostra battaglia decisiva. Non solo di curdi. Di umanità», dichiara un personaggio nel fumetto. «Il cuore, non uno qualsiasi. Il tuo. Con i suoi bozzi, le sue cicatrici e le sue toppe», rivela Zerocalcare perché a volte è necessario rinunciare alla propria quotidianità affinché anche gli altri possano ottenerla. È questa la motivazione che muove diversi giovani europei ad andare a combattere in Kurdistan, in quella patria ideale, non riconosciuta da un sistema internazionale ipocrita. Sono proprio le ipocrisie, in linea con quelle raccontate da Michele, ad essere denunciate, da un combattente italiano arruolatosi nelle YPG, in un videomessaggio, diffuso da Info-Aut pochi giorni fa. Il miliziano anonimo, forse riconducibile al torinese Davide Grasso, si rivolge al presidente del consiglio Matteo Renzi, al commissario europeo degli affari esteri Federica Mogherini, e al negoziatore delle Nazioni Unite per la pace in Siria Staffan de Mistura, chiedendo loro se sono «dalla parte di chi combatte l’Isis, o di chi lo usa».

Il riferimento è all’ambiguità dei rapporti del nostro paese con la Turchia (del “sultano” Erdoğan) e l’Arabia Saudita, entrambe sostenitrici di Daesh, ma perfettamente integrate nelle relazioni occidentali. Il giovane guerrigliero centra l’attenzione sugli scenari che stanno mutando in Rojava, dove, dalla conquista di Kobane, la guerra si è spostata nei territori adiacenti, come nella città di Jarablus (in cui negli scorsi giorni sarebbe avvenuto un vero e proprio scambio di territori tra i miliziani di Daesh e i militari turchi) e Manbij, fortemente bombardata dall’esercito turco. Inoltre, viene fortemente negata l’esistenza attuale di qualsiasi forma di “Esercito libero siriano”, vero e proprio fumo negli occhi, diffuso soprattutto dai media occidentali, per minare l’autorità di Assad. Insomma, la situazione nelle zone dove il terrorismo si combatte veramente è in costante evoluzione. Per non essere travolti dal terrore, invece di formulare slogan e auspicare scontri di civiltà, sarà bene seguirne gli sviluppi, facendo sentire eventualmente anche la propria voce.