Il suo verbo era spesso profetico, il suo scritto brillante, deciso, immediato e ricercato al tempo stesso,  la sua descrizione del reale mai banale, la sua voce infiammante e fuori dal coro consueto dei sacri detentori della verità di stampa. Era Indro Montanelli, un uomo brillante,  controcorrente, anticonformista, perseguitato da quella atavica “condanna” -come lui la considerava- al giornalismo,  che lo sottopose , in più circostanze, allo scontro con innumerevoli figure  della società, e che, al tempo stesso,  gli garantì un’esistenza gravida d’avventura e di vitalismo.

Nato a Fucecchio (un piccolo paesino toscano) il 22 aprile del 1909, in lui sempre si distinse  quella profonda vis toscana (che si esibiva in quel linguaggio emozionale,  forte e deciso, con quell’inflessione regionale che non nascondeva, comunque,  le sue origini)  combinata da un giusto equilibrio,  sempre attivo in tutti i novantadue anni della sua lunga e dinamica esistenza.  Nemico giurato della “migliore” società del politicamente corretto e maestro sacro di un’altra brillante generazione giornalistica, Indro Montanelli fu uno tra i più grandi cronisti italiani del Novecento. Personaggio non chiaramente inquadrabile sul piano politico, simpatizzava , tuttavia, per un certo liberalismo conservatore,a tratti anarchico, ponendosi in totale antitesi rispetto a quella tendenza (molto in voga, specialmente negli anni settanta), dell’intellettuale ideologicamente schierato , servo dell’una o dell’altra corrente politica.

Il suo era l’orientamento tipico del cosiddetto “anarco-conservatore”, dell’uomo libero e disincantato rispetto alle subdole tentazioni del potere dominante.  Uomo d’azione,  oltre che di dattiloscritto, in gioventù partecipò come volontario alla guerra d’Etiopia, come inviato di guerra in Spagna, in Finlandia ed in Albania, presente a Budapest nel 1956, durante la repressione sovietica ai danni del popolo ungherese. Il suo era il giornalismo autentico, tipico del cronista attento alle dinamiche sociali, politiche ed economiche della propria epoca, animato da quella istintiva e profonda passione e quella congenita ambizione all’onnipresenza sul reale, che si risolve in un’audace volontà di cavalcare l’evento,  dominarlo a suon di critica e contestazione, conoscerlo,  essere sempre “sul pezzo”, e sempre pronto alle più temerarie avventure che il destino dell’inquieto giornalista impone, senza venire da esso (dall’evento) sommerso e dominato. È una giornalistica “Volontà di potenza”, che impone allo spirito la rigorosa ortodossia all’ osservazione razionale ed  obiettiva delle cose,  combinata ad  un’emotiva azione sulle stesse.

Montanelli era questo, un cronista equilibrato ed onesto intellettualmente, mai conforme al disegno dei poteri, mai sottomesso alle imposizioni di “regime”, mai condizionato dai dogmi della società benpensante, interamente libero nelle sue analisi, freddo e lucido nel suo racconto, e al tempo stesso animato da una profonda sensibilità, dipinta dal caldo inchiostro dell’onnipresente Olivetti portatile. La sua volontà di libertà,  questo suo spirito dissidente e non negoziabile con alcuni potere, lo portò spesso a scontrarsi con  autorevoli uomini e potenti della storia, in nome di una verità di cronaca che quella “strana” e naturale “condanna” gl’imponeva. La scarsa attitudine al servilismo, malattia senile dei pennivendoli nostrani,  lo indusse a non scendere mai in politica in prima persona  , nonostante la sua profonda conoscenza della stessa e la sua assoluta competenza in materia, anche quando l’onorevole Spadolini, conscio del beneficio di immagine e alla ricchezza che avrebbe indotto la sua presenza  gli propose nel corso degli anni Settanta di candidarsi tra le fila del Partito repubblicano italiano. Rinunciò, in parte a causa di quell’anarchismo individualista latente nella coscienza di ogni genio, ed, in parte, a causa dell’imperativo di vita secondo cui un buon cronista non deve mai farsi assorbire dal sistema, rispondendo sempre a quella libertà di giudizio che l’ aderire esplicitamente ad un circuito politico specifico ,inevitabilmente, inibirebbe .

Del suo operato voleva essere padrone assoluto, capo incontrastato della sua opera: il suo scritto trascendeva le norme della politica, ed il suo pensiero  (del quale era fedelmente orgoglioso) non fu mai negoziabile, nemmeno quando certe circostanze sociali avrebbero favorito la sua esistenza. Celebre è il dissidio ch’ebbe con l’allora emergente leader politico ed all’epoca già affermato imprenditore milanese Silvio Berlusconi – il quale aveva da alcuni anni acquisito il suo “Giornale- quando,  dinnanzi ad una certa volontà (da parte di Berlusconi ) di indirizzare la linea de giornale verso quella più funzionale all’emergere del suo partito, Montanelli preferì seguire la via indipendenza (quella che aveva seguito da sempre e che, per amor d’abitudine o per necessità naturale,  non intendeva abbandonare), presentando le sue dimissioni da direttore e fondando “La voce” (in omaggio al suo vecchio amico e collega Prezzolini). Saggio veggente, in più occasioni, capì quasi sempre il suo tempo, e, come ogni buon anarco-conservatore degno di questo titolo, dal potere dominante  mai fu dominato, ma di esso fu sempre dominatore critico.