Cosa distingue un vegano da un onnivoro? La risposta più scontata alla domanda è la seguente: il primo, a differenza del secondo, si rifiuta di mangiare carne, oltre che qualsiasi altro derivato animale come uova, latte e latticini. E ciò è senz’altro vero. Ma a ciò bisognerebbe aggiungere, a costo di scandalizzare qualcuno, che anche l’onnivoro si rifiuta di mangiare un certo tipo di carne, e precisamente quella umana. Egli, al pari del vegano, segue una dieta inconsapevolmente etica. Entrambi selezionano quello che mangiano; ed entrambi lo fanno per principio.
Non si tratta di un dato irrilevante, o sinistro, ma anzi di un elemento fondamentale per risalire alle origini della questione animalista. Per l’onnivoro, infatti, l’uomo è al vertice del sistema morale, in quanto possiede una dignità superiore a quella di ogni altro essere vivente. Per il vegano, invece, l’uomo non è affatto al di sopra delle altre creature, se non per l’intelligenza; e proprio in virtù di tale intelligenza dovrebbe porre fine alle sue stragi di animali. In tal modo, è evidente, l’uomo perde la sua primazia e viene affiancato da suini, bovini, eccetera, sul gradino più alto della scala esistenziale. In basso restano le piante.

Si capisce allora che l’unica differenza fra la selezione operata dai vegani e quella fatta dagli onnivori è rappresentata dal diverso criterio utilizzato per stabilire cosa è moralmente degno di non essere ucciso (in funzione, si capisce, della nutrizione) e cosa invece non lo è. Il primo criterio si fonda sull’intuizione che l’attributo umano sia unico, sacro e irripetibile. Il secondo, invece, muove dalla compassione provata a cospetto del sangue animale ingiustamente versato, e dalla sua similitudine coi massacri degli uomini.
Questa baldanza compassionevole propria dei vegani dovrebbe già mostrare quanto siano fallate tutte le dottrine afferenti alla galassia animalista. Perché qui di dottrine si parla: un conto è infatti rinunciare alla carne per preservare la propria salute, per protestare contro un certo tipo di allevamento intensivo o per smorzarne l’impatto ambientale; un altro è farlo per ragioni etiche, ossia per “non uccidere un essere innocente”. Tale movente presenta delle controindicazioni che conducono, da una parte, a un nichilismo straziante, dall’altra, a un fanatismo cieco. Vediamo perché.

L’argomento principe del vegano-animalista è questo. La gallina ha un sistema nervoso come il nostro, al contrario di un fico o di un cavolfiore. Quindi, la gallina avverte l’incombere della sofferenza e della morte, sente il dolore che le viene inferto, soffre similmente a un normale essere umano, e in ciò risiederebbe la sua dignità.
Ammesso che sia vero che il fico e il cavolfiore non possano sentire come una gallina, le implicazioni che ne derivano sono a prima vista grandiose e lungimiranti: le galline messe al pari degli uomini, le galline e i loro diritti! Ma tutto ciò si rileva niente meno che un’illusione non appena si adoperi un briciolo di buonsenso:

1)      Le galline avrebbero dei diritti, ma non potrebbero farli valere. L’uomo può anche decidere di tutelare le galline in qualche maniera, ma qualunque tutela apprestata vedrebbe le galline come eterni oggetti (e non soggetti) di diritti. Oggetti, quindi, di un accordo fra gli uomini.
2)      Il criterio del dolore, con correlativa negazione della superiore dignità della persona umana, apre la porta mille equivoci. Se la dignità è infatti qualità dei soli esseri capaci di provare dolore, cosa dire dei malati terminali che tale qualità sembrerebbero non possedere? Sarebbe lecito ucciderli? E che dire dei morti? Sarebbe preferibile fare il brodo con l’avo schiattato piuttosto che con la gallina nell’orto? E i bambini non ancora nati? Quando si comincia a “poter” soffrire? Fino a che punto deve spingersi la nostra compassione?

Tali aporie sono appunto ingenerate dal criterio chiamato a sostituire quello tradizionale della superiore dignità della persona umana, frettolosamente tacciato d’esser barbaro e antiscientifico. Barbaro, perché appunto giustificherebbe il massacro di animali perpetrato dall’uomo in danno dei suoi simili. Antiscientifico, perché sarebbe evidente che per l’ecosistema naturale la vita dell’ultimo dei maiali vale quanto quella di Immanuel Kant, e perciò bisognerebbe rispettare entrambe allo stesso modo.
Tuttavia, anche queste ulteriori obiezioni si rivelano fallaci e pericolose.
Massacrare maiali a tutto spiano è certamente un atto barbaro, come maltrattarli e rimpinzarli di schifezze chimiche per poterli ammazzare più in fretta. Ma affermare che l’uomo è un essere ontologicamente differente da tutte le altre specie – e come tale sottoposto a uno statuto distinto e speciale – non è un segno di barbarie, bensì di civiltà. Allevare un maiale per nutrirsene non è infatti per nulla uguale ad ammazzare Immanuel Kant, e non solo per un’intuizione mistica e ancestrale, ma per la logica conseguenza di ritenere Immanuel Kant partecipe di una qualità sostanziale della quale, il maiale, non partecipa.
E in effetti, il nodo della questione è tutto qui. Se si ammette che l’uomo è un essere ontologicamente differente rispetto alle altre specie animali e vegetali, nel senso che la sua dignità partecipa d’un carattere unico, sacro e irripetibile (e non solo perché soffre, ma perché comprende la sofferenza; e non solo la sua, ma quella di tutto il mondo), le conseguenze che se ne traggono non presentano alcuna controindicazione. In questa visione, il malato e il morto non sono da rispettare in quanto partecipi della sofferenza o dell’intelligenza dei senzienti, ma in quanto partecipi della personalità: qualità che appartiene all’uomo esclusivamente, senza eccezioni.

L’altra alternativa consiste appunto nel negare tale unicità e diversità ontologica nell’uomo, tale carattere specifico della personalità, in favore d’una ricorretta visione inclusiva dell’esistenza “degna”, che ricomprenda, oltre all’uomo, rispettivamente gli animali, per gli animalisti, e ogni altra forma vivente, per i giainisti. Ma a seguire questi criteri apparentemente così affidabili, l’uomo non è altro che un essere partecipe della stessa sostanza dei polli e dei moscerini, delle carote e dei cavolfiori, dei microbi e dei virus. Perché, allora, dovrebbe vivere a discapito di altri esseri viventi e perché l’omicidio di un uomo dovrebbe essere considerato diversamente dall’omicidio di una cavalletta?
Da tutto ciò si intende come la scelta dell’onnivoro sia più logica razionalmente, prima ancora che eticamente, della scelta del vegano-animalista. L’onnivoro deve certo stare attento a risparmiare quante sofferenze possibili all’animale, a mangiar carne con moderazione e soltanto se necessario, a gestire l’equilibrio ambientale in maniera sapiente ed efficace. Ma per il resto, non rischia le devianze etiche in cui incorre necessariamente chi si fa animalista. Questi, infatti, ancorando il nobile concetto della dignità al requisito della vita biologica, dell’intelligenza o della capacità di soffrire, è costretto ad ammettere che gli esseri viventi che non vivono, che non sono intelligenti o che non soffrono (i cavolfiori e i morti; i fiori e gli handicappati; i malati terminali e gli alberi) sono, dal punto di vista morale, uguali. E come tali sostanzialmente diversi da chi invece quelle qualità possiede.

Così, sconvolto da tali incongruenze logiche, tutte annidate nelle sue idee strampalate, il vegano-animalista ha il destino segnato. O farà un passo indietro, riscoprendosi saggiamente onnivoro o erbivoro soltanto, e per altre e più laiche ragioni, o andrà ancora avanti, convertendosi in giainista.
Il giainista è colui che più coerentemente rispetto all’animalista riconosce pari dignità ad ogni essere vivente, nessuno escluso. Egli, in tal modo, riesce a risolvere all’apparenza tutte le aporie precedentemente descritte svelandoci con chiarezza l’autentico portato filosofico d’ogni etica integralmente votata alla difesa della vita biologica: uno straziante nichilismo o un fanatismo cieco.
Se infatti con una mano si parificano la dignità di altre esistenze e la dignità della persona umana, con l’altra mano si sta svalutando, e inevitabilmente, il carattere speciale di quest’ultima. Ci si infila perciò in una buia strettoia, e con due solo uscite: se l’omicidio di un uomo è uguale a quello di un animale, di una pianta o di un microbo, tutto è morte e niente è etica, dal momento che uccidere altre specie, anche solo per camminare o nutrirsi, è necessario; oppure, per la stessa ragione, l’ultimo estremo atto di santità morale rimastoci è quello del suicidio in massa, il quale ci libera dalla responsabilità terribile di così tanti crudeli assassinii.
Bisogna davvero arrivare a tanto? Noi crediamo di no. E infatti, ai tanti animalisti che non l’abbiano ancora fatto, consigliamo un salutare passo indietro o, in alternativa, di riflettere più a lungo. Esercizio complicato, di questi tempi: ma non poi così impossibile.