“Furore” fu pubblicato negli USA nel 1939. e divenne subito il simbolo del paese che voleva uscire dalla crisi. Con questo capolavoro Steinbeck il 6 maggio 1940 vinse il premio Pulitzer, primo dei tanti allori vinti: il National Book Award e nel 1962 il libro svolse un ruolo significativo nell’attribuzione del premio Nobel all’autore.

The Grapres of Wrath” racconta la storia della famiglia Joad, poveri coltivatori dell’Oklahoma costretti a fuggire dalla loro terra e dalla loro casa per cercare altrove fortuna a causa della siccità. Il gruppo di tre generazioni – nonni, genitori, figli e cane – parte su un camioncino per la California, la terra ‘promessa’ in cui il lavoro sembrerebbe non mancare, secondo quanto riportato dai volantini che passano di mano in mano. Ma proprio per questo motivo l’arrivo in California non è quello che ci si aspetta, la situazione è ben lungi dall’essere quella immaginata: la notizia ha già fatto il giro degli states, illudendo centinaia di famiglie sul lastrico. I proprietari dei campi si approfittano della disperazione di migliaia di disoccupati costringendoli a lavori disumani, in pessime condizioni e con una retribuzione decisamente sotto la soglia della sopravvivenza.  In Italia venne pubblicato la prima volta nel 1940, in pieno regime fascista, subendo numerosi tagli, censure e ritocchi. Nel libro infatti vengono narrate le azioni di organizzazioni sindacali formate dai lavoratori agricoli, e quasi tutto il romanzo è attravaersato dai temi chiave di propaganda politica e di mobilitazione dei lavoratori.

Oggi intercorrono diverse analogie e relazioni tra il New Deal degli anni ’30 e la situazione odierna dei salariati sottopagati e sfruttati sfuggiti dai loro paesi a causa della povertà o della guerra. L’odierna situazione dei braccianti esasperati alla ricerca di un impiego non sembra essere così cambiata: manodopera che diventa oggetto di sfruttamento, mal pagata, costretta a spostarsi di città in città e spesso di nazione in nazione. Di certo nel libro il contesto è leggermente diverso, ma si parla di terre da coltivare, di contadini e lavoratori alle prese con l’usurpazione da parte delle banche delle loro terre, di debiti, della povertà, argomenti riapparsi prepotentemente con la grande recessione del 2008.

Furore” non tratta solo dell’Odissea di un’Umanità lasciata agli angoli, costretta a migrare per sottrarsi a miseria e violenza, approdando in una miseria ben peggiore fatta di diffidenza, odio e sfruttamento. La tragedia è quella della famiglia Joad sul loro camioncino, ma è anche quella dei barconi che approdano sulle coste di Lampedusa o quella dei nostri trisnonni che emigravano verso un futuro che poteva essere migliore e che veniva trasfigurato nella Statua della Libertà.  E i morti, soprattutto loro, sono gli stessi, ovunque: tutti coloro che non sono riusciti a raggiungere una terra che sembrava promessa.  Il romanzo risulta impregnato di tematiche sociali e socialiste: rapporto tra ricchezza e povertà, tra schiavo e padrone, la logica del profitto e dell’egoismo, la minaccia del progresso e soprattutto di istanze rivoluzionarie, di quell’arma che è lo sciopero, della solidarietà di classe e della lenta presa di consapevolezza di quelli che sono i diritti fondamentali del lavoratore e prima ancora dell’uomo. Osannato da parte della critica, catalogandolo tra i grandi libri arrabbiati, che «sollevano la gente a combattere contro ingiustizie intollerabili», definito soprattutto come il trionfo della narrativa proletaria.

Cosa resta oggi però di quelle grandi lotte? Sono tempi difficili per i sindacati, indeboliti e attanagliati dall’inadeguatezza della rappresentanza e delle azioni rivendicative odierne, quasi impossibilitati a muoversi nel gran caos della Globalizzazione. L’avvento della crisi ha consolidato l’opinione diffusa dell’incapacità dei sindacati. Si respira spesso un’aria sfavorevole nei confronti di queste organizzazioni sociali: un’aria ostile, critica o addirittura anti-sindacale. Quali sono i punti di critica che alimentano questa scarsa simpatia che li circonda? La prima accusa è di conservatorismo, scatenata da scelte di protezione e di difesa di situazioni talvolta indifendibili. La seconda critica tratta di inefficienza, ricordando gli ostacoli introdotti dai sindacati alla mobilità del lavoro, alla flessibilità dei salari e del lavoro: ma in questo caso chi formula l’accusa nega il ruolo dell’azione sindacale, che allo stesso tempo deve convivere con il mercato in continua competizione con i suoi molti criteri di regolazione. Terza accusa avanzata è quella di opportunismo, chi la formula però non tiene conto della contrapposizione fra l’opportunismo dei sindacati e quello diffuso di coloro che sono interessati ad utilizzare i vantaggi e la tutela dell’azione sindacale, senza pagare i relativi costi. Un quarto punto di critica è quello portato avanti da coloro che puntano il dito gridando alla ‘discriminazione’, termine troppo aspro che sembrerebbe presupporre un’intenzionalità, non comprovata. L’ultima accusa, forse quella che più attecchisce all’immagine del sindacato consumandolo tra i suoi errori e i luoghi comuni è quella di inaridimento dell’offerta di rappresentanza: gli sforzi da parte della direzione per uscire da questa immagine non mancano, diversi sono i programmi di ricostruzione e di rivitalizzazione dell’offerta sindacale.

Oggi perciò la figura nascente del sindacato di “Furore” si sta indebolendo, incapace di trovar spazio e ragion d’essere in un mercato del lavoro lacerato e sconvolto dalle logiche liberiste dell’Unione Europea. I sindacati, nonostante tutto, rimangono comunque un canale fondamentale attraverso cui il lavoratore può tentare di esercitare pressioni affinché vengano considerate e protette quelle dimensioni sociali e ambientali che la globalizzazione potrebbe danneggiare o modificare.

L’unica via d’uscita sta nello sforzo comune di porre nuove basi solide per svolgere questo compito essenziale in un nuovo contesto sociale, economico e storico. La protezione dei lavoratori e la divisione equa della ricchezza, devono essere modernizzate e adattate ad un futuro globalizzato che sta diventando realtà e quotidianità.