Il Sindacato Italiano, così come concepito attualmente dai vari segretari, dirigenti, sottopanze e affini, è definitivamente fallito. È pertanto inutile, oltre che vile, maramaldeggiare su un rivale sconfitto e demolito dalla Storia come ci si affanna a fare a Palazzo Chigi e dintorni. Beninteso, chi paga lo scotto sono sempre i lavoratori e le categorie che, in teoria, CISL, CGIL, e UIL avrebbero dovuto difendere da sempre e per sempre. Landini e chi ancora si infiamma quando vede le bandiere rosse della FIOM è fuori strada, un ingenuo relitto del passato, sotterrato dalla ruota cigolante degli avvenimenti e dalla miserabile meschinità degli uomini.
Si possono identificare due grandi svolte decisive nel progressivo tradimento delle confederazioni sindacali nei confronti delle classi lavoratrici: la strategia d’austerità dei salari nel 1978, promossa da Berlinguer e avallata da Luciano Lama, segretario della CGIL, e la politica di concertazione delle tre maggiori sigle nel 1992-93, offerta su un piatto d’argento ai padroni di Berlino e Bruxelles e al Governo, loro emanazione.

La prima pugnalata alla schiena venne promossa sulla scia del compromesso storico, in vista dell’ingresso del PCI nel governo. A fronte di una momentanea crisi produttiva, esaltata dall’inflazione a due cifre di chiara origine esogena (shock petrolifero del 1973, nda) il sindacato unitario, guidato da Luciano Lama e imbeccato dagli strateghi di Botteghe Oscure, imponeva ai lavoratori un deciso blocco delle retribuzioni, allora indicizzate al costo della vita tramite la famigerata Scala Mobile. A Scalfari, già allora microfono elegante dell’establishment, Lama argomentava: “Ebbene, se vogliamo esser coerenti con l’obiettivo di far diminuire la disoccupazione, è chiaro che il miglioramento delle condizioni degli operai occupati deve passare in seconda linea.”
Ovviamente, la disoccupazione non diminuì, la crisi finì (nonostante avessimo la liretta svalutata) e l’economia italiana riprese fiato, assistendo al contempo a un poderoso aumento della produttività del lavoro, giunta al livello di quella della Germania Ovest. Unico dettaglio trascurabile, i salari reali degli occupati rimasero congelati, mentre i profitti aumentavano.

L’apice del tradimento, però si raggiunge tra il luglio del 1992 e quello del 1993, nel pieno vortice di Tangentopoli, in contemporanea con il crollo comandato della Prima Repubblica e la svendita ignobile delle partecipazioni statali. Le tre maggiori sigle sindacali, guidate dai rispettivi segretari Bruno Trentin (CGIL), Sergio D’Antoni (CISL) e Piero Larizza (UIL) concordano con la Confindustria e il Governo Amato l’abolizione dell’indennità di contingenza, il blocco delle contrattazioni, l’attacco al sistema pensionistico retributivo. Sull’altare della credibilità internazionale, in forza dei neonati vincoli di Maastricht, si slega completamente il potere d’acquisto da qualunque tutela. Last, but not least, viene tacitamente accettata la maxi-manovra di Amato da 93mila miliardi, pietra angolare della distruzione liberista dello Stato Sociale Italiano. La crisi finanziaria di quell’anno, dovuta al cambio fisso dello SME “credibile” (corsi e ricorsi…), fu usata come grimaldello per erodere l’allora poderoso insieme di diritti e tutele sociali, avallate dalla Costituzione del 1948. Nessun sindacato disse nulla, e per connivenza e per incapacità di comprendere o forse di ragionare. I prodromi del disastro occupazionale contemporaneo si trovano massimamente in quel periodo: la concertazione dell’anno successivo non farà che sancire, ormai, la piena adesione delle sigle confederate alle politiche governative, foriere di drammi ancora irrisolti. E ancora oggi, dopo il ventennio berlusconiano, Prodi, Napolitano, Monti, i cadaveri ambulanti della CISL, della CGIL, della UIL, non hanno o non vogliono affrontare le ragioni profonde della crisi, e anzi le difendono:

“Se avessimo ceduto alle richieste dell’estremismo, dei cosiddetti “autoconvocati”, la storia del sindacato e del paese, probabilmente , sarebbero cambiate. Non avremmo potuto forse siglare gli accordi successivi con il Governo Ciampi sulla politica dei redditi e sul nuovo sistema contrattuale. Non avremmo avviato il risanamento dei conti pubblici e non saremmo entrati nella moneta unica europea. La concertazione ha salvato il nostro paese”. (D’Antoni, ex segretario CISL)

Con le conseguenze evidenti a tutti, aggiungiamo.