di Marco Ausili

Negli ultimi anni abbiamo assistito alla recrudescenza del conflitto tra politica e cittadini. Conflitto che si traduce in astensionismo dilagante e in uno scollamento sempre più evidente tra la gente e la galassia partitica. Tale scollamento sembra svilupparsi su tre livelli, ideologico, etico e fattuale. Lo scollamento ideologico è cosa antica. Dagli anni del riflusso e dal 1989 in avanti la graduale scomparsa delle grandi narrazioni ideologiche novecentesche ha sottratto alla politica odierna il consenso ideologico, sul quale diversi partiti si erano basati nello scorso secolo. Lo scollamento etico, almeno per quanto concerne la Seconda Repubblica, sembra invece si sia sempre più aggravato da quando alcuni giornalisti hanno cominciato a parlare di casta. Era il 2007 quando uscì il lavoro di Rizzo e Stella (intitolato, appunto, La casta, così i politici italiani sono diventati intoccabili). Da quel momento le varie inchieste giornalistiche e giudiziarie, i vari movimenti di protesta (poi definiti antipolitici), hanno radicalizzato l’insofferenza comune e così complicato la frattura etica tra politica e cittadini. Ma tale scollamento è pure fattuale: le tante promesse non mantenute, i fallimenti delle recenti legislature hanno esacerbato un diffuso disinganno, una sempre più radicale insoddisfazione della gente per la politica.

Ma come risponde la politica a questo triplice scollamento? Posto che gli sia rimasto un filo di capacità di lettura del reale, posto anche che non sia totalmente assuefatta dalle malversazioni, la politica risponde con profonda ansietà: il timore di perdere ulteriore elettorato, la preoccupazione per le successive elezioni, la percezione di un costante esaurimento della capacità comunicativa e attrattiva, sembrano devastare il corpo politico. Ebbene, con questi sentimenti in petto, la politica tende a cavalcare l’attualità, a declinare obiettivi a lungo termine, a misconoscere un centro di interesse intorno cui far ruotare la propria attività.

Ecco come si può riassumere l’intero processo del fare politica sull’attualità: individuazione della tematica di attualità opportuna (comunità Rom, stepchild adoption, affittopoli romana); scelta di una opinione di partito che sia differente da quella di altri partiti e che cerchi di interpretare l’opinione dei propri elettori; tentativo mediatico di diffondere la propria opinione per consolidare il proprio elettorato e attirarne di nuovo. Sequenza che viene reiterata continuamente, non lasciando alcuno spazio ad una seria progettualità. Da qui la perdita di obiettivi a lungo termine. Lo sguardo di questa politica sembra difatti non riesca ad allungarsi oltre il giorno delle successive elezioni. Tutto segue una logica elettorale, di breve scadenza. Manca la percezione di quello che dovrà essere il prossimo futuro, di come dovranno vivere le prossime generazioni, di quello che dovrà diventare il nostro paese. Ogni elaborazione culturale è rimandata, scansata, finanche irrisa. Non c’è tempo, non c’è la disposizione d’animo opportuna per una seria elaborazione culturale.

Ma così si finisce anche per smarrire qualsivoglia centro di interesse intorno al quale gravitare politicamente. Se in tempi non troppo lontani tali centri di interesse sono stati la religione cattolica, le tesi marxiste, la nazione, quali sono oggi i centri di interesse del fare politica? In questo panorama frastagliato e frenetico nessuno sembra individuarne uno. Perciò tutto il discorso politico appare come superficiale, episodico, disorientato. Questi gli atteggiamenti deliranti e convulsi della politica. Atteggiamenti propri di un corpo prossimo al decesso.