Sul tema del Male si contendono principalmente due teorie. La prima, più tradizionale e quindi resistente, sostiene che il male è nell’uomo, il quale dovrebbe vincerlo e perseverare nel combatterlo con ogni mezzo a disposizione. La seconda, moderna e roussoniana, ripresa pure da un certo filone del socialismo, sostiene che il male è nella società. Tra le due è difficile scegliere: ma bisogna farlo. Un aiuto potrebbe provenire dall’ulteriore dilemma sul significato di società, dilemma che ancora le separa. Niente meno che un’accozzaglia di uomini e dei loro vizietti per la prima teoria; un’entità autonoma e distinta, enorme e prevaricatrice, per la seconda. Messa in questi termini capiamo immediatamente che il male della società non è nient’altro che il male dell’uomo su scala più grande, poiché la società, da sola, non esiste. L’uomo non è corrotto dalla società; l’uomo è corrotto dalla nascita, e di riflesso corrompe la società.

Questa premessa basterebbe a far riflettere i profeti della fratellanza universale e insieme dello scontro di civiltà che indagano, gli uni e gli altri, il fenomeno dell’estremismo islamico con la lente della sociologia: “i terroristi? Ragazzi indottrinati, reclutati nel fosforo delle nostre periferie, che si lasciano scoppiare in aria per niente…”. Verità parziali e fittizie. Sfugge loro in particolare che per indottrinare serve un predicatore, per reclutare un reclutatore, per scoppiare in aria una volontà determinata. In tutti i casi c’è bisogno di un uomo che semina e di uno che raccoglie: c’è bisogno di umanità. Eppure, affermare che l’uomo è un essere capace di sgozzare o massacrare innocenti è oggi uno scandalo, un abominio, una diceria impronunciabile. Anche il Papa ha parlato di atti “disumani” relativamente ai fatti di Parigi, come si trattasse dell’eccidio di un alieno. E con lui quei benestanti preoccupati della sorte dei loro refugees, argenteria ideale da mostrare agli ospiti del loro confortevole salotto politico. Essi, nondimeno, modificano leggermente il tenore della frase: “restiamo umani” dicono, che poi significa: “restateci voi, perché noi lo siamo già”. E così lo schema della seconda teoria sopraindicata si rinnova, e i terroristi sono mostri che hanno perso umanità, non si commuovono più, non piangono più di fronte alle iniquità del mondo, freddi nella loro religione annebbiante.

Ancora una volta, quindi, nonviolenti e guerrafondai, ginostradisti e fallaciani, si ritrovano divisi sul dettaglio della pratica ma uniti appassionatamente sul nocciolo della teoria. Per i primi non bisogna assolutamente combattere, per i secondi bisogna assolutamente farlo. Ma la ragione di entrambi è la stessa: estirpare il male non dei terroristi, ma delle presunte cause religiose e sociali del terrorismo. I primi, utopisti integerrimi, ritengono che la guerra faccia male in ogni caso e porti sangue e fanatismo conseguenti. I secondi, cristiani a puntate e greco-romani in fiction, ritengono che non le religioni in assoluto ma quella religione sia cattiva, e conduca alla perdizione e minacci la civiltà. Nessuno di loro si arrischia sul sentiero scivoloso, nessuno di loro riconosce la perversione atrocemente umana del terrorismo e il suo empio e deflagrante delirio antireligioso. Nessuno insulta l’uomo, perché tutti hanno paura del peccato originale.
E invece è quello che bisognerebbe ribadire, in situazioni come queste, e cioè che la malapianta cresce dapprima nei cuori viziati degli uomini e solo allora nelle loro strutture sociali e religiose. ISIS, senza i suoi barbuti aguzzini e i suoi astuti ideatori, addestratori, manovratori, finanziatori e fiancheggiatori, è soltanto un acronimo inesistente. L’uomo che si serve di Dio, che si serve della religione per compiacere le innumerevoli atrocità di cui è in grado, non è ammalato dal di fuori ma nel suo foro interno: è ammalato nell’anima. La quale diversamente dalla coscienza si nutre di assoluto, di oggettività e di verità; e che, se quando è sana si apre a vette celesti e luminose, quando è inferma sprofonda negli abissi.
Ma perché indugiare così a lungo su una questione tanto astratta? Semplice: perché tutte le diverse opzioni filosofiche prospettate si risolvono in diverse soluzioni politiche.
Chi nega l’esistenza del Male nell’uomo, chi imputa alla violenza della religione o alla violenza della società i suoi crimini immondi, si ritrova da una parte a criminalizzare in blocco l’Islam, dall’altra a criminalizzare in blocco la Guerra. Non c’è distinzione fra terroristi e mussulmani perché l’unica distinzione fra occidentali e mussulmani è la religione. Non c’è distinzione fra modi di usare la violenza perché l’unica distinzione fra modi di usare la violenza è l’illusione che ne esistano di buoni. Partendo da tale comune errore è normale incappare in giganteschi equivoci. Primo: come mai i terroristi sono spesso occidentali? Secondo: perché amano la guerra e se la vanno a cercare? Terzo: perché uccidono altri mussulmani senza scrupoli di sorta? Quarto: perché comprano telefoni alla moda, vestono Adidas e Nike e assomigliano a gangster in villeggiatura? Quinto: come fare a non generalizzare il problema, ma neppure a sottovalutarlo?

Tali equivoci si risolvono soltanto considerando che il male è nell’uomo e che “guerra” e “religione” possono essere valvole di violenza e squilibrio come di bontà e ragionevolezza. Chi accoglie questa teoria sa perfettamente che un particolare marchingegno teologico, anche laico, per la sua debolezza intrinseca e le sue complesse implicazioni morali, può cullare in grembo eresie e deviazioni; ma sa anche che l’ortodossia è prima di tutto ordine e l’ordine è prima di tutto pace. Il peccato, che esiste per i cristiani quanto per i mussulmani, si annida nell’uomo e avvelena una società o una religione, un quartiere o un centro commerciale, per sua opera e infezione. Perciò bisogna vincerlo più a fondo; e perciò non tutte le guerre sono sbagliate, e non tutti i mussulmani sono empi.
Si dà il caso, allora, che assumendo tale atteggiamento teorico le soluzioni da apprestare al problema del terrorismo siano esattamente opposte a quelle propugnate da pacifisti e da fallaciani. In primo luogo, è necessaria una guerra, sì, ma laica e temporanea e che intervenga chirurgicamente a rimuovere il cancro lì dove ha brutalmente proliferato. In secondo luogo, è necessaria più religione, più sacralità, più scienza teologica, per riempire il gigantesco vuoto lasciato da decenni di consumismo antropologico e di ateismo liberale. Quella religione, qui, si chiama Cristianesimo e lì si chiama Islam. Ovviamente chi scrive ha delle preferenze. Ma preferenza non vuol dire ostilità.