Sposarsi nell’Italia spossata e distrutta dalla crisi economica è, di per sé, un atto di coraggio. Farlo poi secondo lo stile e il gusto dei protagonisti de Il boss delle cerimonie merita l’apprezzamento che si riserva a chi non teme nulla, nemmeno il ridicolo. Nel maniero di don Antonio Polese l’unica cosa che non c’è è il senso della misura e del limite. Tutto è eccessivo: l’arredamento c da nuovo ricco Anni ottanta, la ripetizione ossessiva di elementi rococò e barocchi, lo sfarzo di cartapesta e stucco, i ritratti alle pareti, gli abiti del boss.

Chi si avvicina al Castello per celebrare il proprio matrimonio piuttosto che il battesimo del figlio sa perfettamente a cosa va incontro, proprio perché lo desidera. Le telecamere di Real Time ci hanno regalato le dimenticabili nozze di decine di coppie, immerse nel mare dei parenti, stordite dalla musica neomelodica, ubriache di eccitazione mediatica.
Nessuno bada a spese, nonostante si faccia il fruttivendolo o il camionista: il festeggiamento deve durare ore e ore, il cibo deve quasi sormontare l’invitato, ogni eccesso va celebrato. E allora via a spose che entrano con una motrice addobbata a festa, carrozze principesche, colombe bianche, quartetti d’archi e cantante napoletano, ballerine brasiliane seminude. È il costo della cerimonia a qualificare la caratura dell’evento; occorre spaccare per mostrare il proprio status sociale. D’altronde, al Grand Hotel La Sonrisa tutto è possibile, anche replicare la Luna con un pallone aerostatico. Non a caso, Mario Merola era grande amico di don Antonio e un affezionato cliente: le sue sceneggiate avranno sicuramente tratto qualcosa dall’atmosfera cartonata della magione.

Eppure, tra le paillettes e le statue finto antiche, si anima e agisce la tradizione profonda del Sud: in luogo dei wedding planners, decide tutto il comitato femminile di zie, cugine, mamme e nonne. Invece di un triste addio al nubilato stile Las Vegas, serenata con amici e conoscenti sotto la finestra della sposa.
V’è del serio, però, nello spaccato che il programma mostra, nonostante la volgarità e il cattivo gusto: ci sono italiani che si sposano, fanno figli, creano una famiglia, incuranti delle ultime mode lib-lab, del terzomondismo, dell’europa eurocratica.

Tipicamente Italiano, tipicamente strapaesano. I giudizi pseudo culturali tranchant da salotto li lasciamo a chi, a quei matrimoni, a quei battesimi, insomma, a quell’umanità, varia, miserabile, ignorante, guarda con il ribrezzo e lo sdegno che si riserva alle bestie dello zoo.