Aleksandr Dugin l’ha definita come la Prima Teoria Politica. Prima non per ordine di importanza, ma per quello di nascita. Il liberalismo: la prima ed ultima ideologia della Modernità. Una dottrina politica dalle radici profonde, un pensiero variegato che è riuscito a divenire in meno di due secoli l’unica prassi politica ed economica. Ebbene sì, nonostante si ripeta pedissequamente che il liberalismo sia un pensiero politico sostanzialmente neutro, esso è di fatto un’ideologia politica al pari del Comunismo o del Fascismo. Una dottrina eterogenea che consta di un pensiero filosofico, politico, economico ed antropologico come qualsiasi altra teoria del passato. Per riuscire a comprendere al meglio questo pensiero è necessario analizzarne il proprio “soggetto storico”, l’attore principale attorno al quale ruota il suo complesso meccanismo ideologico. Se per il Comunismo questo soggetto era riscontrabile nella Classe e per il Fascismo nello Stato o nella Razza, rispettivamente nelle declinazioni mussoliniane o hitleriane; il liberalismo fonda il proprio soggetto normativo nell’individuo.
Queste tre ideologie si sono scontrate tanto sul piano economico che su quello bellico durante tutto l’arco del XX secolo. La dissoluzione dell’Unione Sovietica ha segnato l’epilogo di questo scontro ed ha incoronato la Prima Teoria come unica prassi politica sul trono della Modernità. Il 1991 segna, infatti, un cambiamento radicale negli equilibri internazionali: la dipartita dell’ultimo baluardo di resistenza al Liberalismo ha coinciso con il trionfo del Capitalismo assoluto, sciolto, liberato dalla sua nemesi naturale. Una vittoria che ha eretto l’individuo ad unico soggetto normativo universalmente valido, o meglio, che lo ha reso il metro di misura di ogni sistema politico. Paradossalmente il trionfo della Prima Teoria Politica coincide con la sua morte. È così che da ideologia, il liberalismo diventa l’unica prassi post-politica, un post-liberalismo. Abbandonando del tutto la dimensione politica, dacché si sono avverate quelle condizioni di spoliticizzazione che Pasolini aveva egregiamente previsto nei primi anni Settanta. “Prevedo la spoliticizzazione completa dell’Italia: diventeremo un gran corpo senza nervi, senza più riflessi. Lo so: i comitati di quartiere, la partecipazione dei genitori nelle scuole, la politica dal basso…”

Il liberalismo affonda le proprie radici su una concezione di libertà, intesa come “affrancamento da”, l’individuo infatti è un soggetto normativo sciolto, liberato, affrancato da qualsiasi legame etnico, sociale, culturale e sessuale. Quindi diventa necessaria la formulazione di un nuovo modello antropologico. Se il Fascismo credeva in un homo novus pronto a sacrificarsi per un bene superiore, la Nazione; al contrario questa nuova prassi post-politica ha bisogno di un modello pienamente funzionale al capitalismo imperante: l’individuo senza identità, apolide, isolato, solo e che risponda perfettamente alle perverse logiche di mercato. Cavalcando l’inganno dei programmi di sensibilizzazione all’affettività si introduce nelle scuole, in televisione, sui giornali, nei social network questo nuovo modello antropologico, figlio dell’ideologia mondialista gender. Un pensiero nato nei primi anni ’90, in seno al movimento femminista ugualitario. Judith Butler, filosofa americana, ne ha delineato il pensiero: “Il genere è una costruzione culturale; di conseguenza non è né il risultato casuale del sesso, né tanto apparentemente fisso come il sesso.” Si evince quanto quest’ideologia neghi un nesso tra sesso e genere, considerando quest’ultimo un mero costrutto sociale.

Il nuovo modello antropologico sarà apolide, affrancato dal fardello culturale; senza famiglia, liberato dal primo nucleo comunitario e soprattutto senza identità di genere. L’opera è compiuta. Ed orwellianamente, si negherà l’esistenza di un’ideologia gender nella stessa maniera in cui si respingerà il fatto che il post-liberalismo è un’ideologia, la più sottile e totalitaria che l’uomo potesse mai concepire.