“Il misconoscimento non è soltanto una mancanza di qualcosa di dovuto, il rispetto; può anche essere una ferita dolorosa, che addossa alle sue vittime il peso di un odio di sé paralizzante. Un riconoscimento adeguato non è soltanto una cortesia che dobbiamo ai nostri simili: è un bisogno umano vitale”. Così Charles Taylor, nella sua Politics of recogniction, afferma l’importanza del riconoscimento, da parte delle istituzioni statali, per una comunità politica. La negazione di esso, che è un “qualcosa di dovuto”, è la causa che sta alla base di alcune delle più grandi violenze della storia, dal colonialismo al razzismo. L’essere riconosciuti, ovvero l’ottenimento di uno status politico, è la base affinché una realtà comunitaria sussista e si sviluppi, resistendo alle spinte omologatrici che giungono dall’esterno. Questo tipo di proposta politica, che si fonda sulla valorizzazione delle differenze, è evidentemente importante all’interno delle società del nuovo millennio, definibili come “multiculturali”, in quanto costituite da differenti comunità, tutte accumunate dalla richiesta di tale riconoscimento. Tuttavia, questo “bisogno umano vitale” ha sempre caratterizzato la vita dei popoli (e quindi delle persone), solamente che prima dell’età moderna era troppo poco problematico per essere tematizzato: l’identità, infatti, era un qualcosa di derivato socialmente, ovvero da categorie sociali date per scontate. La modernità, al contrario, con il suo spirito liberale e progressista ha messo in discussione tali verità collettive, arrivandone a negare i presupposti. Da allora, infatti, l’identità del singolo individuo è diventata un qualcosa di sempre più autonomo rispetto al contesto nel quale egli si trova. Per usare la dicotomia di Taylor, si è passati da una concezione dialogica ad una monologica della mente umana. Inoltre, l’epoca moderna ha visto l’affermazione dello Stato-nazione, che ha comportato la crisi delle realtà comunitarie e, con esse, quella di una concezione organica della vita. Ferdinand Tönnies parla in proposito dell’avvento della Gesellschaft (società, artificiale) e della scomparsa della Gemeinschaft (comunità naturale), evidenziando l’irrevocabilità del processo. Zygmunt Bauman ha sottolineato come la formazione dell’identità nazionale, che ha richiesto l’omogeneizzazione delle persone all’interno dei confini statali, abbia portato alla criminalizzazione dei contesti locali e, per questo: «le comunità divennero i principali indiziati e i nemici numero uno». In questo contesto, è evidente come l’identità collettiva di un popolo non sia sempre assimilabile a quella di uno Stato e quindi, a volte, la richiesta di riconoscimento di alcune popolazioni si scontri con l’interesse nazionale. Non bisogna andare troppo lontano, nel tempo e nello spazio, per trovare esempi di questo genere. Basti pensare alla Sardegna che taccia l’Italia di colonialismo, perché il sessanta per cento delle basi militari della nazione si trovano nell’isola, senza possibilità di contraddittori e di confronti concreti. Come ha dichiarato Gavino Sale, presidente di Indipendentzia Repubrica de Sardigna, per un articolo di Linkiesta: «Non siamo nemici degli italiani. Anzi, personalmente vi considero un popolo di tutto rispetto. Quando ero giovane ho persino studiato in Italia, mi sono laureato a Parma. È con il vostro Stato che abbiamo molti conti in sospeso». Una presa di posizione netta che spinge sempre più sardi a cambiare nome (come Sedda, segretario del Partito dei Sardi, battezzato col nome di Francesco, e poi divenuto Franciscu), perché anche il linguaggio permette di riappropriarsi delle proprie radici, della propria cultura e del proprio futuro. Così, come riporta Marco Sarti nell’articolo, mentre i partiti per l’indipendenza sarda aumentano (incrementando, però, anche i conflitti all’interno dell’area), circa un sardo su due sembra essere sensibile alle istanze indipendentiste. Delle richieste, però, che non sono esclusive dell’isola italiana (chissà ancora per quanto), ma che si diramano in tutta Europa: dalle Fiandre alla Corsica, dai Paesi Baschi alla Catalogna. Proprio nella regione spagnola, da sempre ostile verso il governo centrale di Madrid, è stato effettuato da poche settimane un referendum che ha visto circa la metà della popolazione essere disposta alla secessione. Di certo, però, le istanze indipendentiste non si esauriscono all’interno di limitate comunità, ma si sviluppano anche in seno agli Stati nazionali. Basti pensare alla lotta armata dell’IRA contro l’occupazione inglese, o al recente referendum scozzese per distaccarsi dal Regno Unito, o anche alla volontaria annessione della Crimea alla Russia, a seguito della secessione dall’Ucraina. In tutti i casi, le difficoltà maggiori per delle reali indipendenze, più che politiche o tantomeno culturali, sembrano derivare da fattori economici, che, in un’Europa sempre più finanziaria e meno sociale, appaiono non di poco conto. Tuttavia, tutte queste rivendicazioni sono l’espressione di quella vitale necessità umana, a cui fa riferimento Taylor, che vede nel riconoscimento delle identità collettive, l’ultima grande barricata di resistenza contro le derive individualiste, in un mondo sempre più globale ed omogeneo.