Succede sempre più spesso, in seguito alla visione di un bimbo del terzo mondo sullo smartphone o qualche pubblicità ONG in TV, che si donino quei famosi 2 euro. Messaggi lanciati sui social, immagini del medio oriente di una madre e bambino che si tengono per mano con lo sfondo di palazzi distrutti, compaiono sui nostri gadget tecnologici e vengono condivisi, perché si sente, nel profondo del cuore, che si dovrebbe fare qualcosa. Quell’atto di condivisione, come una preghiera o come la fiesta quando “non si vede più dalla fame”, esorcizza ed esaurisce il bisogno di pietà. Ci si sente dentro il mondo in quel magico momento, partecipi della stessa sofferenza. Rammemorando per 23 secondi, il tempo della lettura del post e della sua condivisione-tweet, si è per un attimo connessi a quella tragedia. Lo stesso atto sclerotizzato è compiuto dai commentatori con la faccia a lacrimuccia. Davvero è questo il miglior modo di agire o è sufficiente per proclamare la salute fisica, ambientale e l’uguaglianza di tutti gli individui sul mondo?

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Stima del World Food Programme sugli individui colpiti dall’orribile sciagura della fame

La salute è un tema cruciale e sono molteplici le cause dalle quali ne deriva un buono stato: dall’alimentazione alla disponibilità dell’acqua per l’igiene, dalle medicine per curarsi, ai sistemi di mediazione per sopperire alle disabilità. Di questi discorsi c’è ampio dibattito culturale e tecnico scientifico, tuttavia quasi due miliardi di persone, per condizioni economiche o guerre o scarsità di cibo, continuano a non essere in salute. Le loro risorse non sembra siano sufficienti. Questo ci riguarda molto più da vicino di quello che lucidamente possiamo pensare, dato che ogni persona non in salute – in primis che non riesce a soddisfare il proprio bisogno di nutrimento e acqua potabile – è un individuo in meno a concorrere al benessere globale. Una persona che non ha sufficienti risorse alimentari, sarà necessitata a volgere ogni suo pensiero alla sopravvivenza. Si evince che laddove non ci sia sufficiente cibo e acqua, una persona non possa avere tempo o energie per conoscere nuove parole e quindi alfabetizzarsi, progettare e acculturarsi. Il processo di umanizzazione – se per identità umana si considera il ragionamento e la sua manifestazione – è fermo al suo primo generarsi: bloccato al bisogno del cibo. Se al mondo sempre più persone concorressero alla crescita e allo sviluppo, si potrebbe avere una società in cui c’è maggior potenziale – menti e identità umane -, benessere e salute per tutti.

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Distribuzione degli affamati nel Mondo: evidente il problema catastrofico dell’Africa sub-Sahariana

Agire sul mondo è qualcosa che riguarda più da vicino ogni singolo individuo, e la mentalità del “donare qualcosa di proprio” per la carità e l’empatia che dura 23 secondi – quel tempo servito per cliccare “condividi” -, non è sufficiente se si ferma solo a questa prima azione. Anzi, riflette proprio la stessa dinamica che si può osservare tra quelli che si considerano, nel nostro sistema occidentale, ancora proletari, sotto padrone, o, come direbbe Paulo Freire, “oppressi”. Volendo gli oppressi raggiungere un benessere individuale maggiore, ragionano come gli stessi “oppressori”, alias i padroni aziendali, cercando di innalzare la loro posizione aziendale. Magari dimostrando di essere migliori di altri e quindi di comandare su un gruppo sempre maggiore di lavoratori, guadagnare di più per permettersi lo stesso lusso di qualcun altro, in un circolo vizioso – nella stessa mentalità oppressiva – infinito, tanto quanto è il mondo materiale e consumistico che caratterizza questo postmoderno. L’individualismo imperante si riflette sia in quell’atto di misero buonismo che deve scongiurare la tristezza sopraggiunta dalle immagini delle oppressioni altrui con la donazione di 2 euro, sia nel becero obbiettivo dell’arricchimento personale. In questa follia e mentalità oppressiva, la contraddizione più grande del genere umano, la verace povertà, continua ad essere presente e, grazie alla globalizzazione dei media, sempre più vicina alla vista, ma trattata con lontananza affettiva. Ciò dipende, invero, dal modo di vedere il sé all’interno del mondo. Se si osservassero le proprie vite come realmente importanti e necessarie all’evoluzione del benessere di tutti e non come uno smartphone, che dopo il suo utilizzo deve essere cambiato e rottamato con uno più performante, si manifesterebbe il reale pensiero che si ha dell’alterità. Tanto ci si sente importanti, necessari e connessi in una struttura di vita fisica – non online -, quanto meglio si avrà cura e rispetto dell’altro. L’io, in questi termini, si diffonde in una dimensione che è anche altro da sé: non solo utile, ma necessario perché è all’interno del mondo e contribuisce allo sviluppo dell’intera struttura. Atteggiamento, in questo inquietante e carcinoso postmoderno che vede gli individui soltanto utili – come degli strumentie non necessari, metastatico nei sistemi sociali.

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Gli sprechi alimentari in Occidente sono, ancora oggi, una costante nella vita di milioni di individui

Lo stesso individualismo ha una ricaduta sui miliardi e oltre di individui che sono sotto il tasso di povertà e i pochi centinaia di milioni al giorno che hanno oltre l’abbondanza salutare. A nostro avviso risulta la prima aporia di oppressione creata dall’uomo. Non risolvibile con l’unico oppressivo atto del click o della lacrimuccia davanti al TG. Risulta necessaria una azione radicalmente intelligente e urgente, da est a ovest e da nord a sud, che includa l’intero sistema-mondo nel processo di umanizzazione. Riflettere sulla azione che quasi – e questo “quasi” è drammatico e raccapricciante – tutte le persone compiono: alimentarsi, sembra essere la più utile ed emergente pratica per agire positivamente sulla salute di ogni singolo individuo in tutto il globo. Molte guerre infatti vengono combattute per l’acqua, per il cibo e per la ricchezza o il diritto di sopravvivenza. Per arrivare all’ambiente e alla sua disastrosa condizione, la quale è considerata dal 97% degli scienziati più illustri, di non ritorno.

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Per gran parte della comunità scientifica internazionale il grado di inquinamento atmosferico della Terra ha oramai raggiunto la soglia fatale di non ritorno

Noi adombriamo l’idea che sia necessario, per la salute e lo sviluppo della società, riflettere sul nostro modo di mangiare. Gli ultimi dati della FAO mostrano che un comportamento alimentare più ecologico e mediterraneo è una conditio sine qua non per permettere la vita in salute ad oltre 10 miliardi di persone. Alimentarsi riducendo del 50% il consumo di cibi carnei porterebbe ad una riduzione dell’80% dei gas serra, nonché il doppio in più di terreno coltivabile a uso umano e non per altri animali. È arrivato il momento di dichiarare aperto il conflitto contro la guerra al pianeta e ai suoi abitanti, con la scelta dei consumi, nel modo di agire quotidiano e nelle piccole decisioni. Giusta è la sensibilizzazione sui social, efficace è la donazione continua da parte di chi ha più abbondanza di risorse. Tuttavia risulta necessario che a questo comportamento segua una scelta alimentare ecosostenibile.