Mark Elliot Zuckerberg nasce a White Plain, nell’area metropolitana di New York City il 14 marzo 1984, da padre dentista e madre psichiatra. Sebbene egli si dichiari ateo, fin da piccolino è stato educato dai genitori secondo i dettami della religione ebraica. Più tardi, frequentando Psicologia e Informatica Università di Harvard, entrerà in una confraternita, anch’essa di stampo ebraico. Già da questi piccoli cenni biografici si percepiscono i potenziali del personaggio. Oggi Zuckerberg è il sesto uomo più ricco al mondo grazie agli utili di Facebook, ma in qualità di fondatore del rinomato social network egli riceve uno stipendio simbolico di un dollaro al mese. A soli 32 anni vanta un patrimonio di almeno 48,9 miliardi di dollari guadagnati prevalentemente in azioni.

Sarà forse un caso che questo giovane imprenditore e genio informatico statunitense sia nato proprio nel 1984, in quello che Orwell descrisse come l’anno del “Grande Fratello”? Di fatto Mark Zuckerberg ha riprodotto nel mondo virtuale l’ambiente in cui vivevano Winston e Julia. Facebook è l’Oceania in cui ogni utente è libero di segnalare i comportamenti che gli sembrano disdicevoli. A volte i post “scomodi”, politicamente ed eticamente scorretti, spariscono da soli, senza la minima segnalazione, senza preavviso, per opera di una “psicopolizia” che lavora dietro al social network. L’algoritmo di Facebook, inoltre, rende quasi invisibili i link in uscita sulla bacheca degli altri. Se si prova a caricare sul proprio profilo un contenuto proveniente da un sito diverso, infatti, le probabilità che gli “amici” lo vedano ammontano solo al 10%, a meno che non sia sponsorizzato. Colossi virtuali come YouTube e Twitter, diventano così l’Eurasia e l’Estasia per la politica e per le statistiche di Facebook, all’insaputa dell’utente medio. Sono benvenuti i creators che portano soldi.

Sempre più aziende oggi investono sul social media marketing per promuovere i propri contenuti. Persino le piattaforme che propongono notizie basate su falsa testimonianza, talvolta inventate di sana pianta, hanno assimilato gli aspetti positivi della condivisione di massa, sponsorizzando i propri contenuti su Facebook per raggiungere visibilità e ottenerne un profitto. In questo modo, secondo alcuni cospirazionisti, il social network più utilizzato del mondo legittima il degrado del pensiero critico e l’isolamento della conoscenza. Il numero dei “mi piace” sotto ai post è il nuovo metro per calcolare l’eccellenza e i modelli da seguire, ma non sempre sono ragionevoli e autentici.  “L’Ortodossia consiste nel non pensare — nel non aver bisogno di pensare. L’Ortodossia è inconsapevolezza”, scriveva George Orwell 68 anni fa.