Siamo nani sulle spalle di giganti. – Bernardo Di Chartres

Eccoli lì, i nani, appollaiati sulle spalle di un colosso che corre, salta, vola senza guardarsi indietro. E così la mattina calpesta la Foresta Amazzonica. La sera distrugge l’Artico. La notte riposa sulle macerie di un villaggio di qualche tribù. Alcuni nani, per quel che possono, cercano di strattonarlo, inveire, urlargli contro; eppure lui continua imperterrito nella sua corsa sfrenata, inseguendo chissà cosa. Sembra come se nani e giganti parlino una lingua differente, come se vivessero in due mondi diversi, o meglio opposti. Continua Di Chartres: “così che possiamo vedere più cose di loro e più lontane, non certo per l’altezza del nostro corpo, ma perché siamo sollevati e portati in alto dalla statura dei giganti”, forse è proprio questa la differenza: alcuni Nani sono lungimiranti, riescono a vedere più in profondità, si accorgono dei danni che questi giganti stanno creando. Eppure si trovano in un’impasse: se scendessero dal dorso del colosso, non potrebbero più guardare avanti, si troverebbero alienati e soli; allo stesso tempo però non possono chiudere gli occhi davanti alle nefandezze di questi omoni. Non possono fingere che vada tutto bene quando il loro habitat subisce modifiche irreversibili.

I giganti, belli, muscolosi ed arroganti con dei marchi sfavillanti tatuati sul petto: una mela alcuni, una grossa M altri, una virgola nera qualcuno. Tutti hanno il loro simbolo di appartenenza, un vessillo che li differenzia nella forma ma non nella sostanza. Come i Draghi sono attratti dall’oro, quel materiale scintillante per cui sarebbero pronti a far cadere tutti gli altri giganti, infischiandosene dei nani che cadrebbero rovinosamente al suolo. Sulle loro spalle svettano degli omuncoli piccoli, tarchiati e disorganizzati. La loro vita è scandita dal passo dei giganti: mangiano velocemente quel cibo spazzatura che giornalmente viene propinato loro, hanno poco interesse per la comunità nanica e la sera sussurrano i loro pensieri, le loro aspirazioni alle orecchie dei colossi. Piuttosto divertente il fatto che credano di sfogarsi con un amico, in vero egli prende nota di ogni loro interesse per poter esser sempre pronto a contrastare ogni loro invettiva. Ciò che non sanno i nani è che i giganti hanno poco equilibrio ed hanno un disperato bisogno che essi rimangano sul loro dorso, alcuni sulla spalla destra, altri sulla spalla sinistra. Al contrario di quanto si creda, sono i giganti ad aver bisogno dei nani. Portati in alto dalla statura di questi esseri mitologici, i nani hanno poco contatto con la realtà, con ciò che c’è sotto. Se solo potessero accorgersi che quegli omoni così forti e sicuri di sé si sorreggono su dei piedini di argilla ben nascosti all’interno di comodi stivali, riuscirebbero a prender coraggio per scendere ed iniziare a costruirsi una vita fuori dal giogo dei colossi.

Ebbene senza fare dietrologia, questa storiella è un’evidente metafora del nostro sistema economico, che Serge Latouche ha definito come incantato, o meglio incancrenito, dalla “religione imperante della crescita”, una dottrina imperniata sulla ricerca irrazionale di uno sviluppo economico fine a sé stesso. L’economia, come oggi è intesa, riesce a funzionare solo ed esclusivamente con un aumento continuo del PIL, comportandosi “come un gigante che non è in grado di stare in equilibrio se non continuando a correre, ma così facendo schiaccia  tutto ciò che incontra sul suo percorso.” Noi nani, o per meglio dire consumatori consumati, svettiamo sul groppone di questo gigante chiamato Progresso. Qualcuno sa dov’è diretta la corsa del Progresso? Contro un muro, ad una velocità impressionante. Credere in un progresso all’infinito su di un pianeta finito equivale esattamente ad una collisione, la cui esplosione ferirà tutti noi, Nani sulla spalle del gigante chiamato Progresso. Oggi più che mai, è necessario scendere dal dorso del Progresso e ricominciare a costruire qualcosa dal basso, dalle fondamenta, dalla comunità nanica.