Il ragazzotto inebriato dalle storie della terra natia, il giovane dissidente che abbandonò la famiglia fuggita dai pogrom antisemiti di Odessa, il fanciullo dei viaggi in treno in compagnia del sound blues, dei giocolieri e delle campagne della Bible Belt, oggi ascende alle glorie della più raffinata e squisita ipocrisia di stampo globale. Tutti noi ce lo ricordiamo bene, quel mingherlino saltimbanco, il prototipo perfetto del One band man dei tempi Newyorkesi, dei sogni trascritti e cantati a squarciagola, delle ballate con Sally Gal fra le staccionate di un vecchio ranch invaso da orde di galline. Tempi andati, sacrificati sull’altare dell’istituzionalizzazione di Zimmerman, di per sé afflitto da una lenta e inesorabile vecchiaia che disincanta il vecchio songwriter.

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I due Dylan. Murales a Minneapolis dell’artista brasiliano Kobra per festeggiare il settantacinquesimo compleanno del cantautore.

Si trattava di un binario già arrugginito, percorso da tutti in quegli anni e soprattutto in quella sciagurata terra statunitense, ove Johnny Cash, Joan Baez e Mark Knopfler lottavano insieme nell’utopia di vedere ogni canna di fucile straboccare di delicati fiorellini di campo. Ma Dylan lo sapeva, sapeva che era solo una filastrocca, un giuoco delle parti a cui servivano cantastorie e bardi: chi meglio di lui poteva vestire tali panni? Dall’alto del promontorio di Point Dume nei pressi di Malibu in California, oggi Dylan, grosso pataccone al collo e sguardo sull’oceano pacifico, starà ripensando a quelle gitarelle in macchina con John Lennon, quando parlavano di donne, di musica, si accendevano uno spinello e fantasticavano sul successo e sui soldi, tanti soldi. Erano tempi d’oro: ma se John Lennon, ad un tratto quasi rinsavì, in una forma ascetica e allampanata, sballottato da Yoko Ono e alleggerito dopo il concordato scioglimento dei Beatles, Dylan è perdurato così, gretto, reale ed autentico per quanto possa esser diventato ipocrita, lasciando che molti altri, come lo stesso Lennon, mettessero i piedi a mollo nella bacinella di quell’immortalità gelida e d’impatto, che solo i morti prematuramente hanno il lugubre privilegio di assicurarsi.

Oggi sappiamo anche noi: quale idealismo? Quali valori? Il nostro vecchio folker, ci ha resi immuni alla sorpresa; come lui, tutti noi siamo diventati un po’ Willie O’Connelly, giocatore d’azzardo vagabondo tanto cantato e suonato a colpi di armonica, inoltre chi di noi non è stato in Mozambico, dove l’assolato cielo ha i colori dell’acqua e le coppiette ballano guancia a guancia? Si passa dalla piccola, dimenticata e verace realtà di campagna nord americana, alla lussuosa, straborghese e viziatissima vita dell’artista fintamente dissidente, più utile contestatore che reale oppositore. Dylan lo aveva capito già all’epoca, le rivoluzioni non si fanno con un banjo ed un ricco repertorio, ma con il valore e le armi.

“Having created new poetic expressions within the great American song tradition”

“Per aver creato una nuova espressione poetica nell’ambito della tradizione della grande canzone americana”

Sì, ma anche no, molto no. Tralasciamo la questione della grande tradizione canora americana, il tempo e le pagine sono poche, basti sapere che il meglio ce lo siamo già giocato e il retaggio di esso si sta sbrindellando al funesto vento della peggiore canzone pop. Zimmerman è senza alcun dubbio un poeta, come lo sono stati Georges Brassens in Francia, Giorgio Gaber e Fabrizio De André in Italia. Pur tuttavia l’espressione notata dalla commissione è una nuova, piccola, luminosa quanto lodevole innovazione, sia chiaro, ma non indicativa di una sconvolgente vena poetica nata in seno a chissà quale ambito, tant’è, che quando ci si ritrova ad essere reduci, mentre tutti i tuoi compari sono oramai andati, toccano a te certi obbrobriosi onori. Il Nobel è un premio che ha perso di credibilità in forza di lodi imposte e milioni di danari assegnati a personaggi spesso già illustri, protetti o più che benestanti. Ciò non può non ricordarci l’usuale e detestabile salottino, dove i criminali di guerra sono pacificatori e i servi di regime sono i grandi divulgatori. C’è già chi dice che questa assegnazione segnerà il passo verso la definitiva rottura fra il mondo letterario e quello dei più giovani, i quali invece di andarsi a comprare un libro, originale o banale che sia, preferiranno fiondarsi sulla virtualità, dedicarsi all’ascolto di quelle accattivanti melodie, oggettivamente belle, coinvolgenti, tanto amate anche da un personaggio come Barack Obama: sempre meglio che ascoltare lo schifo che passano oggi!

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Bob Dylan in macchina, attorniato da uno stuolo di fan

Per la letteratura però sembra non esserci futuro. Come nella ballata di Frankie Lee e Judas Priest, la morale di questa storia contemporanea è presto detta: quel gambler di Robert Allen Zimmerman, ha ritrovato la casetta sul ciglio della strada, divenuta villona di lusso con gli occhi del presente. Il sogno sarebbe stato applaudire ad un suo netto rifiuto, intento ancora a  fuggire dalla tempesta nella capanna della palude, fra alligatori e streghe, anziché fra gli agi di una realtà senza romanticismo e fantasia, ma non ci possiamo lamentare o sorprendere poiché ce lo aveva già preannunciato: la risposta soffia nel vento, un vento che trasporta profumo di dollari. You old mad amazing ballad singer.