di Simone Ladisa

Siamo nel pieno della campagna elettorale per la presidenza degli Stati Uniti d’America. I media statunitensi ci aggiornano quotidianamente sull’andamento delle primarie del partito repubblicano e di quello democratico. Vengono trasmessi i dati di gradimento di ogni candidato e si fanno proiezioni sui possibili vincitori. In questo clima di confronti tra candidati, come sempre anche le immagini di queste campagne elettorali vengono trasmesse con forza e colpiscono il nostro immaginario su chi possa essere il miglior presidente “americano” possibile. Non a caso “americano” viene indicato tra virgolette, perché le immagini che vengono proposte sono ridondanti su un unico messaggio comunicativo: stelle e strisce, blu, bianco e rosso. Questi sono gli unici ingredienti per vestire i comizi elettorali con la giusta atmosfera patriottica.

Gli esperti che curano le campagne dei candidati sono notoriamente attenti a ogni singolo dettaglio della campagna del loro assistito, e quindi sanno benissimo che creare la giusta cornice, ricca di simbologia nazionale aiuta il candidato ad essere il più “americano” possibile e di conseguenza il più adatto a rappresentare il paese come presidente. Tutto questo porta ad una ridondanza assoluta di colori e simboli presenti nella bandiera nazionale. Un osservatore poco informato non riuscirebbe a distinguere quale candidato sia repubblicano e quale democratico. Tutto è completamente standardizzato e nessun elemento esula dalla preparazione stabilita. Una omologazione visiva che è completamente in contrasto con le idee opposte dei candidati e dei loro schieramenti. L’uso esasperato di quei colori rassicura l’elettore con la continuità. Il cambiamento radicale suscita in maniera naturale la nostra diffidenza, mentre questa uniformità visiva esprime chiaramente un messaggio confortante. In un contesto di questo tipo, la figura del politico diventa ancor più centrale e unica bussola di valutazione della candidatura. Non importa se repubblicano o democratico, egli sarà sempre avviluppato dal rosso e dal blu. Il suo sorriso e la sua immagine saranno così ben confezionati e pronti per i clienti elettori.

È molto interessante notare come in ogni nazione vi sia la tendenza ad avvolgere la figura del leader con i colori nazionali. Una pratica che non conosce barriere. Riconosciamo l’immagine di Mao Tse Tung, perché sempre su uno sfondo rosso con i simboli della Repubblica Popolare Cinese. Riconosciamo lo jihadista dalla bandiera nera alle sue spalle con le scritte in arabo. L’immagine del leader con la bandiera comunica con la nazione e sembra farlo automaticamente anche a nome della stessa.

La potenza di questa immagine propagandistica risulta dall’aura di autorevolezza che il soggetto acquisisce. Un’autorità del tutto arbitraria e costruita ad arte. Ci si affatica spesso a confutare le parole dei politici bollandole come demagogiche, ma non siamo altrettanto attenti su quanto l’immagine stessa dei politici sia intrisa di demagogia. Non si deve mai dimenticare, quindi, che in immagini politiche o di propaganda, le foto sono sempre soggette ad una costruzione artefatta, al servizio della manipolazione e dell’invio di messaggi non verbali de facto nascosti.

Non ci sono dubbi, perciò, su chi sarà il vincitore della campagna elettorale 2016 negli Stati Uniti d’America: il candidato rosso, blu e bianco.

Chiunque esso sia.