di Marco Masini

Quella che abbiamo conosciuto dall’epoca delle “Grandi Rivoluzioni” in avanti, è spesso stata una democrazia spuntata, parziale, potenziale, che teneva maggiormente in considerazione la conservazione del proprio potere e non invece, come sarebbe stato logico sospettare, l’agevolazione verso una crescente considerazione del bene comune. In questo senso, le regole democratiche, a ben vedere, sono semplici escamotages per favorire una parte – partito – a scapito di tutti gli altri cittadini che non “parte-cipano” a quella “particolare” oligarchia. L’assolutismo democratico, infatti, ha spesso mascherato sotto il velo delle fittizie libertà gl’interessi dei soliti noti, dei potentati, delle lobby, dei grumi di potere e degli status quo acquisiti. Ma quanto ha influito il popolo – diventato nel frattempo cittadino senza saperlo – nel permettere a questi “pochi” di continuare ad esercitare i propri interessi “particolari”? Spogliandosi di ogni miope retorica progressista, da domestica democratica, da “fine della storia” – per dirla con Fukuyama -,  si potrebbe persino avere la sensazione che al cittadino contemporaneo piaccia ancora, almeno genericamente, essere guidato, ordinato, comandato. “Egli”, in tal senso, non ha mai fatto nulla, o quasi, per liberarsi dal giogo dei poteri forti, anzi talvolta, se ben sponsorizzati, li ha pure assecondati legittimandoli (a meno che non si voglia ancora credere alle favole sulla Rivoluzione del 1789, a quella a stelle e strisce, a quelle contemporanee, arabe, e via discorrendo). E infatti usiamo questa presunta libertà, per quanto fittizia, artefatta, influenzata dall’esterno, per riempire il vuoto con una miriade di oggetti frivoli, spesso inutili. Coi social network, coi grandi magazzini, consumando… insomma, trovando nuove ma più suadenti dipendenze.

Da questa prospettiva meno compiaciuta sembra proprio che la libertà e l’esercizio del diritto non importino un granché a quel minorenne cittadino drogato di de-vertimento. Anzi, incalzato da questa voglia di deresponsabilizzante passività, si potrebbe addirittura credere che egli sia stato quantomeno connivente coi capi e coi pastori che, di volta in volta, si è scelto come guide da seguire. Eppure quell’idealizzato popolo ha saputo talvolta anche scegliersi  da solo un proprio senso da rincorrere (curiosamente però, proprio quando non poteva democraticamente scegliere a chi sottoporsi). E’ il caso delle jacquerie (1358), in cui i contadini si rivoltarono alla nobiltà feudale perché incapace di svolgere appieno i propri doveri statuiti dalla sedimentazione millenaria delle consuetudini (la difesa del popolo, dei “cittadini” e degli inermi), ciò su cui poggia l’idea di aristocrazia, la sua stessa giustificazione e superiorità. Durante la fase iniziale della Guerra dei Cent’anni, la cavalleria francese venne infatti meno a quel compito: sconfitta  a Crécy e a Maupertuis dall’esercito inglese, il popolo non la riconobbe più nelle sue funzioni legittimanti, e si ribellò così all’incapacità dimostrata nel tutelarlo: in tal senso, Bloch svela nei Rois thaumaturges la legittimità e la devozione con le quali i re venivano investiti persino a ridosso della Rivoluzione del 1789: “anche nella Francia del secolo XVIII il rito -taumaturgico-  di guarigione continuò ad essere solennemente praticato dal re. Per Luigi XV conosciamo una sola cifra, del resto approssimativa, di malati toccati: il 29 ottobre 1722, il giorno dopo la consacrazione, più di duemila malati scrofolosi si presentarono a lui nel parco di Saint Rémi di Reims.

Un popolo, piaccia o non piaccia, che da “soggiogato” poteva comunque godere di una certa libertà, una libertà non ricevuta dall’alto, ma che si poteva tuttavia prendere nell’assenza di un potere forte, autorevole, ché il potere non era ancora capace, per mancanza di strumenti, di farsi sistema razionale, hegeliano, Stato.  Laddove il medievale contadino Jacques Bonhomme si sentì in dovere di protestare contro l’inettitudine aristocratica, noi democratici cittadini moderni, specie in Italia, abbiamo invece capito che è bene lamentarsi, ma solo se questo lagnarsi ricade nuovamente nella belluina sottomissione, continuando a subire passivamente l’inettitudine e i traffici di quelli che abbiamo eletto a nostri rappresentanti. Meglio allora la quiete; meglio non disturbare gl’interessi dei vertici -chissà che non mi prendano di mira personalmente, o che non mi facciano partecipare al banchetto di corte -. Rammolliti dal benessere, vili ed impauriti, in fondo ci accontentiamo di soddisfare piccoli bisogni esistenziali: comprarsi di tanto in tanto una macchina nuova, un paio di scarpe all’ultimo grido o uno smartphone di nuova generazione. Al popolo e ai cittadini interessa soprattutto la concretezza, mangiare e bere, la “pancia piena”… l’inscalfibile democratica bellezza!