Più ci si addentra tra i vicoli stretti e sporchi, più si sente la presenza di sguardi puntati e fissi su di noi. Un ragazzino, la kippah sul capo, ci minaccia con un palloncino pieno di acqua. L’aria circostante è calda, le vie adiacenti silenziose, oltre che desolate e desolanti. Tutte le antiche botteghe sono chiuse. Ogni porta nel raggio di qualche chilometro è sigillata da una sbarra di ferro. Il filo spinato ci circonda, le telecamere ci seguono in sincronia.  Ci si può chiedere se esiste il far west ancora oggi. Ebbene sì, la città di Hébron,  in Palestina, è l’ennesimo scenario di una delle più grandi e tragiche realtà dell’era contemporanea, a sottolineare l’incomprensione e la meschinità che pervade l’uomo comune a tutt’oggi. Una guerra di religione, di diritti, di territorio e di sopravvivenza. Uno scontro quotidiano a cui il sottoscritto non sa dare ne risposta ne una soluzione. Hébron ha il sapore di una città apocalittica. Insomma così mi sono sempre immaginato quegli scenari hollywoodiani da era post nucleare, o meglio, da fine del mondo. Hébron è tutto, ma allo stesso tempo è il nulla. Hébron è oggi il simbolo del nichilismo umano. E del suo  stesso annientamento.

Hébron è una delle tante città della Palestina che rispecchia una situazione unica e difficile, infatti non solo i coloni israeliani la circondano, così come nel resto della Cisgiordania, ma si sono impossessati anche dell’interno della città stessa, creando un fortino interno. E dire inespugnabile è dir poco. Hébron è una città sacra, poiché nella grande Moschea è situata la tomba del patriarca Abramo. Tradizionalmente importante per tutte e tre le correnti monoteistiche. Ma qui, in questa città a cinquanta chilometri a Sud di Gerusalemme, la parola pace risulta davvero impossibile e difficile da proferire. Hébron risulta essere un autentico cul de sac nelle negoziazioni israelo-palestinesi, ove una soluzione risolutiva appartiene ad una utopica fantasia. È ad Hébron che nel 1968 il rabbino ultra-nazionalista Moshé Levinger, ha lanciato il progetto “Blocco di fede”, baluardo della colonizzazione del 1968, solo un anno dopo la conquista della Cisgiordania. È sempre nella stessa città palestinese che Baruch Goldstern ha ucciso 29 Palestinesi in preghiera nella Moschea, nel 1994, per poi egli stesso essere ucciso qualche settimana nei primi attentati-suicidi palestinesi in Israele. Ciò a ridosso della firma di Arafat negli accordi di Oslo.

Oggi, dopo l’occupazione israeliana della Cisgiordania nel 1967, un gruppo di ebrei ortodossi, dalle profonde convinzioni ideologiche e spirituali (ad aggiungersi al comune senso di paura e di persecuzione, che fin troppo spesso vengono strumentalizzate), sono penetrati all’interno della città stessa. Cinque sono le enclaves israeliane all’interno di Hébron: Tel Rumeida, Beit Hadassati, Beit Romano, Avraham Avinov e Ghuini o Beit Schneersuhn. Volontariamente in gabbie da loro stesse costruite, vivono oggi 400 coloni, appoggiati da 2500/3000 soldati dell’armata israeliana, stanziati unicamente per proteggerli. La popolazione palestinese, invece, nella vecchia città, è di circa 5000 abitanti. Secondo il protocollo di Hébron firmato nel 1997 tra Autorità Palestinese (troppo spesso succube e permissiva, se non venduta) e Israele, la città vecchia viene divisa in due: la zona H1, ossia l’80% della città sotto controllo palestinese; e la zona H2, ossia l’antica città e il suo centro storico, compreso di colonie sotto pieno controllo israeliano. In tutto ciò sono inseriti i luoghi santi e sacri della Moschea. Un luogo intrinseco di valore religioso e spirituale non per una, ma per tutte le religioni monoteiste abramitiche, che invece si è riusciti a trasformare in uno scempio e in una vergogna per ogni luogo di preghiera. La Moschea è stata divisa in due ed una parte è stata allargata unicamente a vantaggio della vicina Sinagoga. Per di più tornelli, rigidi controlli, uomini con fucili, vetri antiproiettili, spessi svariati centimetri, e telecamere poste all’interno anche nel momento di preghiera. Il tutto per dividere i due luoghi.

Per i Palestinesi della vecchia città, in pochi anni, la vita quotidiana si è trasformata in un inferno. Note sono le immagini di soldati che picchiano giovani studenti, ebrei ortodossi che rispondono con sassaiole o bambini che seviziano i propri coetanei solo perché indossano il velo. Tutti coloro che possedevano una casa si sono ritrovati di punto in bianco all’interno delle enclaves ebraiche, di fatto abbandonando la vita quotidiana e normale e trasformandola in una “vita impossibile”. Restrizioni vengono imposte ogni sacro santo giorno. Il copri-fuoco è imposto alle sei del pomeriggio, anche se le imposizioni sono un qualche cosa di assai arbitrario, di fatto l’esercito israeliano agisce nel modo più consono ai propri occhi. Alcune case, molte abitabili, vengono sigillate: non è possibile  per gli abitanti palestinesi della vecchia città aprire le finestre  per cambiare semplicemente l’aria. Infine, ancora più scioccante, almeno per il sottoscritto che ha potuto vedere con i propri occhi, è il fatto che i Palestinesi che vivono nella vecchia città hanno dovuto dotarsi di una rete di protezione, sopra il loro capo, sistemata lungo tutte le strade del centro storico. Ciò per proteggersi dalla spazzatura, dalle pietre e dai sacchi pieni zeppi di escrementi, piatti e bicchieri, che i coloni quotidianamente lanciano loro. Infatti i coloni israeliani si sono impossessati di tutti i piani alti delle vecchie palazzine e non hanno alcun rispetto per la vita quotidiana dei Palestinesi che cercano unicamente un po’ di normalità per continuare a vivere lì, qualche metro più in basso, con dignità. Ditemi se tutto questo non risulta essere uno scenario da far west o meglio, apocalittico, della serie il Mondo nel 2150. La considerazione più triste è stata un’altra, a mio parere. Il totale disinteresse palestinese. La sua condizione di soggezione, oramai logorata da decenni, forse secoli se si va a ritroso nel tempo con Ottomani prima e Inglesi dopo, e di cui gli Israeliani sono l’ultimo esempio di razza padrona. Il disinteresse della popolazione e l’accettazione della realtà così com’è. Il non reagire. Tutto cìò è possibile? Può l’animo umano essersi mortificato a tal punto? Io non voglio credervi, anzi spero che presto vi saranno i presupposti e le congiunture politiche e geostrategiche per un risveglio.

Quello che un tempo era una città santa, un crocevia di mercati e di scambi, una città che accomunava ben tre religioni monoteiste, oggi è solo una “città fantasma”. Non vi è più traccia di folle piene di vita, come tutte le tradizionali città del Medio-Oriente, con i loro sapori e i loro odori. Manca di quella classica cacofonia tipica di Gerusalemme e di Nablus. Il mercato di Hébron, per quel poco riconoscibile, è formato da strade deserte e chioschi chiusi. Ad esse di aggiunge l’alto livello di povertà, gente che per pochi centesimi ti venderebbe anche le proprie scarpe. Oltre al coprifuoco, alla chiusura degli accessi alla città, si devono tener conto le numerose confische di terra e gli sfratti imposti, anche con la forza. Il tutto volto a riunire le cinque colonie in una grande fortezza ebraica. Questo è l’unico vero obbiettivo dei coloni: rendere impossibile la vita ai Palestinesi e farli allontanare dalla città vecchia, la Hébron a loro cara.

Ricordo nitidamente e con stupore  un cartello affisso all’interno della zona ebraica, tra filo spinato e checkpoint armati: “noi israeliani abbiamo solo il 3% della città di Hebron. Al di fuori ricchi palestinesi passano le loro giornate nei ricchi centri commerciali, arricchendosi alle nostre spalle e mantenendoci segregati in questi lager militarizzati”. Quel che si chiama il “paradosso della realtà” fino al disconoscimento patologico della realtà stessa.