C’è parecchio di discutibile in Greta Thunberg, ma non la potenza espressiva del suo intervento alle Nazioni Unite. Le lacrime, la fissità del volto: l’iconografia di Greta è quella, antica, della vergine guerriera, della ragazzina fanatica. E certo non le facciamo torto con questa definizione se le mettiamo accanto un’altra ragazzina fanatica, Giovanna d’Arco. Una sequenza in particolare, nel film che Carl Theodor Dreyer dedica alla Pulzella d’Orleans, sembra sovrapporsi a Greta. In maniera uguale e contraria: c’è sempre una ragazza che piange davanti al potere, ma Giovanna è sotto processo mentre Greta sta processando il potere. Solo apparentemente, però: come l’inquisitore di Dreyer, anche Donald Trump ha stampato sul volto un sorriso sarcastico, e la schietta indifferenza dell’uomo più potente del mondo è persino preferibile all’untuosa doppiezza di un Macron a caso.

Il paragone fra le due sequenze, Greta e Giovanna, svela la natura del potere in Occidente: ora che è dissolta la categoria del sacro non serve più difendere la facciata, reprimere, come fanno la teocrazia iraniana o l’oligarchia cinese, critica e satira. Basta assorbirle: contro questo potere-spugna Thunberg non può vincere, perché non ci sono giunture, punti deboli, non c’è oppressione di una classe sull’altra ma di tutti su tutti. Greta che lancia fulmini all’ONU non è una storia di lotta popolare, ma l’ennesima dimostrazione che il potere moderno, nei termini di Foucault, non si occupa più di mettere a morte, quanto di gestire ogni aspetto della vita. Un altro inquisitore, quello di Dostoevskij, descrive la situazione con parole che sembrano scritte apposta:

È l’orgoglio del bambino e dello scolaretto. Sono i piccoli bimbi che si sono ribellati in classe e hanno cacciato il maestro. Ma anche l’esaltazione dei ragazzetti avrà fine e costerà loro cara. Essi abbatteranno i templi e inonderanno di sangue la terra. Ma si avvedranno infine, gli sciocchi fanciulli, di essere bensì dei ribelli, ma dei ribelli deboli e incapaci di sopportare la propria rivolta. Versando le loro stupide lacrime, riconosceranno infine che chi li creò ribelli se ne voleva senza dubbio burlare. (Fëdor Dostoevskij, I fratelli Karamazov)

 

Molto si è scritto in questi giorni per sottolineare la vacuità della protesta avviata da Thunberg, l’assenza di proposte concrete, la partecipazione svampita di gente senza la minima idea. Sono discorsi tutto sommato corretti, ma anche secondari. Irrilevante, invece, la contrapposizione fra gretini e odiatori, un omogeneizzato intellettuale che la stampa ha contribuito a centrifugare. Il santino di Greta si può brandire come resistenza contro tutto quello che non si conforma, per dirla con Horkheimer, oppure bestemmiare in cambio di qualche punto di street cred a buon mercato: comunque sia, passatempi da salotto, o da piazza trasformata in salotto, che poi è lo stesso. Greta Thunberg non merita un circo equestre del genere, perché è più tragica che ridicola, e le questioni di cui parla sono reali e pressanti.

Proteggiamola, innanzitutto, dal negazionismo: intorno al cambiamento climatico antropogenico esiste un consenso scientifico. La scienza è, intrinsecamente, un sapere provvisorio e l’accordo fra gli scienziati non equivale alla verità: i casi in cui il consenso vigente viene sovvertito, quelli che Thomas Kuhn chiama cambiamenti di paradigma, sono relativamente comuni nella storia del pensiero. La politica, però, deve agire rebus sic stantibus, e non ha senso contrapporre a Greta Thunberg dubbi teoretici sul piano della prassi.

Thomas Kuhn

Riconoscere il valore strumentale della scienza è, però, diverso dagli accenti mistici con cui Greta la invoca: la scienza dice, ascoltate la scienza. Così come Giovanna l’eretica parla di Dio anche di fronte al clero che la metterà al rogo, perché non può sottrarsi al milieu culturale della sua epoca. La scienza è la teologia della modernità, e l’accademia il suo clero: la pretesa di assolverla dai disastri del nostro tempo rivela, anche più del resto, la debolezza concettuale di Thunberg e del movimento ecologista. Gli strumenti, certo, con cui stiamo devastando il pianeta, le macchine, le trivelle, i motori, le catene di montaggio che vomitano merci, sono tutti prodotti della scienza, ma soprattutto lo è la mentalità che ci ha condotti a questo. Scrivono Adorno e Horkheimer:

La terra interamente illuminata splende all’insegna di trionfale sventura. Il programma dell’illuminismo era di liberare il mondo dalla magia. Esso si proponeva di dissolvere i miti e di rovesciare l’immaginazione con la scienza. […] L’intelletto che vince la superstizione deve comandare alla natura disincantata. Il sapere, che è potere, non conosce limiti, né nell’asservimento delle creature, né nella sua docile acquiescenza ai signori del mondo. […] La tecnica è l’essenza di questo sapere. Esso non tende a concetti e ad immagini, alla felicità della conoscenza, ma al metodo, allo sfruttamento del lavoro altrui, al capitale. […] Ciò che gli uomini vogliono apprendere dalla natura, è come utilizzarla ai fini del dominio integrale della natura e degli uomini. (Theodor Adorno, Max Horkheimer, Dialettica dell’illuminismo)

La scienza moderna, galileiana, a differenza della filosofia naturale, è intensamente pragmatica, tesa al dominio sulla realtà. Narra di un uomo-macchina che accresce progressivamente il proprio potere sui meccanismi della natura. Di fronte a questa mercificazione dell’anima, è possibile pensare la natura solo in termini economici: il mito della crescita contro cui la stessa Thunberg si scaglia. Ma con quale alternativa?

Se niente importa non c’è niente da salvare, direbbe Jonathan Safran Foer. Per questo, il discorso di Greta rimane innocuo, e digeribile dal potere. Le critiche sistemiche alla modernità, invece, come quelle, devastanti, di Ivan Illich, non possono essere liquidate con sorrisi e promesse, e dunque rimangono escluse dal dibattito. Il paradosso del fenomeno Greta è tutto qui: mobilita le masse, occupa le cronache, ma non apre nessuna discussione. Nessuno mette davvero in dubbio l’ordine delle cose. Che è, certo, il capitalismo, ma non solo, perché l’Unione Sovietica industrializzata a forza da Stalin e la Cina che prova a sterminare i passeri non sono certo esempi virtuosi. Il problema è il mondo moderno, come intreccio di tecniche e di idee: e se il capitalismo, almeno a parole, qualcuno lo contesta, il progresso rimane un totem inattaccabile. 

La questione ecologica, presentata nei termini freddi del dato scientifico, è in realtà un colossale dilemma etico, o meglio: l’estremo dilemma di un mondo senza etica. Sono significative le parole di Emmanuel Levinas:

Il volto si sottrae al possesso, al mio potere. Nella sua epifania, nell’espressione, il sensibile, che è ancora afferrabile, si muta in resistenza totale alla presa. Questo mutamento è possibile solo grazie all’apertura di una nuova dimensione. Infatti la resistenza alla presa non si produce come una resistenza insormontabile, come durezza della roccia contro cui è inutile lo sforzo della mano, come lontananza di una stella nell’immensità dello spazio. L’espressione che il volto introduce nel mondo non sfida la debolezza del mio potere, ma il mio potere di potere. Il volto, ancora cosa tra le cose, apre un varco nella forma che per altro lo delimita. Il che significa concretamente: il volto mi parla e così mi invita ad una relazione che non ha misura comune con un potere che si esercita, foss’anche godimento o conoscenza. (Emmanuel Levinas, Totalità e Infinito)

Potere di potere è il fine ultimo della modernità: smisurata ricchezza, smisurata scienza, smisurato piacere. Ma l’ambiente, ormai radicalmente altro e incomprensibile all’uomo moderno eppure del tutto arreso al suo potere, ci contrappone un volto: ci chiede di consumare meno di quanto potremmo, di rallentare le nostre fabbriche, di essere volontariamente più poveri. Ci chiede di decrescere, e non lo chiede soltanto a generiche, assolutorie multinazionali: lo chiede all’intera società che ha reso possibile l’esistenza delle multinazionali.

Le popolazioni indigene minacciate dalla distruzione delle loro dimore ancestrali non sono fossili antropologici: sono culture che si oppongono direttamente alla nostra cultura. I miliardi di animali negli allevamenti intensivi non producono soltanto gas serra: hanno miliardi di volti che ci chiedono di non uccidere. Finché non ripenseremo l’etica del nostro stare al mondo, esorcizzando lo spettro dell’edonismo nichilista, allora sarà inutile snocciolare grafici e invocare fumosi doveri verso generazioni future. Non sono solo gli uomini a venire che sconteranno il nostro patto col Mefistofele dello sviluppo: lo scontiamo già noi, in termini di ansie sociali, vuoto di senso, moltiplicazione infinita di lacaniani oggetti del desiderio.

Greta Thunberg chiede come osate ai potenti riuniti all’ONU, ma con ancora più forza i poveri del mondo lo chiedono a noi. Perché, di fronte a loro, i potenti, i ricchi, gli sfruttatori siano noi. Come osiamo, da sazi, far la morale a chi muore di fame. Bolsonaro, pur nella sua brutalità, ha ragione quando dice che il rinnovato ambientalismo dell’Occidente ha accenti colonialisti. Dopo che abbiamo predicato ai quattro angoli della terra il vangelo borghese dell’enrichissez-vous, mentre non rinunciamo a un’oncia del nostro benessere alimentato da secolari saccheggi, tutte le nostre iniziative di sviluppo sostenibile appariranno come altrettanti tentativi di sprangare la porta al club del privilegio. Senza ridistribuzione della ricchezza su scala globale – il che significa, ancora una volta, diventare più poveri – e senza la denuncia attiva del nostro modello economico, la vernice verde si scrosta ben presto.

La portata epocale dei cambiamenti necessari non compare, però, nel discorso di Greta, e chi le manifesta accanto non è consapevole del prezzo che dovremmo eventualmente pagare. Gli sbrodolati elogi che le voci progressiste riservano al romantico archetipo dei giovani in piazza non fanno altro che evidenziare l’assoluta normalità della protesta. Il fatto è che, guardando davvero questi giovani, vediamo solo quanto sono vecchi. Indistinguibili dai loro padri, ancor più di quelli che scendevano in piazza nel ‘68. Allora c’era l’impeto di sovvertire i costumi, lo scandalo, una diversità che, in fin dei conti, era soltanto estetica, ma almeno si presentava come esistenziale. Oggi, che tutte le libertà civili non ci hanno reso affatto liberi, nessuno ha più scuse: i giovani non cambieranno il mondo, perché questo è il mondo nato dal fallimento ideologico di altri giovani. E sembrano viverci benissimo, in fin dei conti, mentre consumano a nastro merci e relazioni umane: siete in ritardo, figli, avrebbe detto Pasolini.

Quanto a Greta, spiace che sia circondata da disprezzo bilioso oppure da esaltazione sciroccata: entrambe reazioni senza profondità, senza riflessione. Greta, invece, ci lascia dentro quasi un dolore, quello che dobbiamo a chi ha davvero coraggio eppure, non per colpa sua, sta sbagliando tutto e infine non otterrà niente. Proprio come la Giovanna di Bertolt Brecht:

Io, per esempio, non ho fatto nulla.

Di questo il mondo ha bisogno: che nulla sia

considerato un bene, anche se appaia

davvero utile, e nulla sia degno di lode,

se una volta per tutte non cambia questo mondo:

ché esso ha bisogno di essere cambiato.

Com’ero ben accetta agli oppressori!

Oh bontà senza conseguenze! O mente ottusa!

Non ho mutato nulla.
(Bertolt Brecht, Santa Giovanna dei Macelli)