Un viaggio a Littoria, in genere, non lo si consiglierebbe né al migliore amico, né, forse, al miglior nemico. Nell’immaginario collettivo le rustiche terre dell’Agro Pontino, passate a vita nuova sotto la ferrea volontà del Duce, appaiono come delle immense spianate senza colore, aride distese di eucalipti e spighe di grano pronte per la trebbiatura. Terre malariche ed inospitali, le Paludi Pontine, da sempre hanno evocato un fascino quasi subshariano tra gli avventurieri più impavidi ed i viaggiatori più imprudenti dell’intera Europa. Una zona di confine tra il mondo civilizzato dell’Europa dei trovatori e delle cattedrali e quello rude e primitivo del più profondo meridione. Eppure, la selvaggia Amazzonia dei mitologici butteri, su cui ancora circolano tenebrose leggende che li vedono scorrazzare tra le mandrie di bufale, ha ancora da prendersi la sua rivincita.

Le-paludi-pontine-al-1926

Vuole l’arcana sapienza che il nome di queste terre impervie sia da ricondurre alla città di Suessa Pometia, antichissimo centro abitato dai Volsci, le cui origini si smarriscono nella notte dei tempi. Ivi si stanziarono genti doriche che, stanche di sottostare alle leggi di Licurgo, secondo quanto racconta Dionigi d’Alicarnasso, approdarono in queste terre ove eressero altari a Feronia (fera, ferae), dea della natura e degli animali selvaggi. Canta il «gran traduttor de’ traduttor d’Omero», Vincenzo Monti, nella sua Feroniade (1832), che, tra gli anfratti ascosi che vanno da Terracina al Circeo, vivesse la ninfa, tanto bella e cara da rapire il cuore di Giove che la rese immortale. E fu così che il culto della Diva si estese a tutti i centri vicini fino a destare l’invidia e la gelosia di Giunone che, forse stanca delle frequenti fughe d’amore del Pater Deorum, oltraggiò e scacciò Feronia da quelle terre. Maledette per sempre, subirono dalla Dea inondazioni di fiumi e di torrenti che le resero paludi acquitrinose e malsane.

«Mentre corrono quelli il rio precetto
A compir della Diva, e ai duri sassi
Aguzzano per via le corna e l’ira,
Levossi Giuno in aria, e spiegò il manto
In cui ravvolge le tempeste e i nembi.
E subito gonfiar le bocche i venti
E le nubi aggruppar, che cielo e luce
Ai mortali rapirò; e si fe’ notte,
Orrenda notte, dal guizzar de’ lampi
Rotta al fiero dei tuoni fragor cupo.
Carco d’atre caligini la fronte
Vola l’umido Noto, ed afferrate
Con le gran palme le pendenti nubi,
Le discinde; sonante e tenebrosa
Sgorga la piova; il rotto aere ne rogge,
E il suol ne geme e le battute selve.
Scende un mar dalle rupi. Allora i fiumi
Versano l’urne abbeverate e colme,
E quattro di maggior superbia e lena
Da quattro parti sul suggello piano.»

(V. Monti – Fereniade, Canto I)

«Ci avevano già provato i Romani a bonificare queste paludi e prima di loro gli antichi Latini, e poi anche i papi e Leonardo da Vinci, Napoleone, Garibaldi; ma la palude aveva sempre vinto lei» – racconta così Antonio Pennacchi nel suo Canale Mussolini (Oscar Mondadori), figlio di una famiglia ivi spedita dal Duce al tempo della bonifica integrale. «Non c’è viaggiatore del Sette-Ottocento – Goethe, Stendhal, M.me de Staël – che tornato a casa non racconti a tutta Europa la desolazione e morte delle Paludi Pontine. Poi arrivano il Duce e Rossoni, decidono di scavare il Canale Mussolini e dove non erano riusciti Giulio Cesare, Pio VI e Napoleone, in quattro e quattr’otto bonificano tutto. E’ il Canale Mussolini che dà vita all’Agro Pontino ed è per questo – perché non c’era lui – che erano falliti tutti gli altri tentativi».

Già Orazio, nel 37 a.C., nel suo viaggio per Brindisi, narra che, a causa di un allagamento di un tratto della Via Appia, fu costretto ad attraversare gli acquitrini pontini facendosi traghettare da alcuni battellieri tra i frequenti morsi di zanzara. Ma la testimonianza più vivida e, forse, più eloquente viene da Goethe che nel suo lungo Viaggio in Italia (1786-1888) le descrive come «l’angolo più selvaggio e affascinante d’Europa». Anche se di tanto selvaggio fascino oggi non possiamo più renderci conto, l’Agro Pontino lascia incantato il visitatore più impreparato. Dalle dorate distese di grano, all’orizzonte, si staglia una maestosa figura di donna col naso sporgente ed il volto leggermente chinato: è il promontorio di Circe. La maga astuta sparge la rocciosa scogliera di un’aura magica. Da millenni riposa qui, in attesa che un nuovo Ulisse, diretto ad Itaca, e sballottato per l’ecumene dalle voraci fauci marine, sbarchi qui per restarne ammaliato. Vaghi ricordi di mitologiche gesta, un verde acceso a far da contrasto col sublime turchese delle acque, dalle quali si intravede, a circa venti miglia, il profilo delle Isole Ponziane, irretiscono il cuore di chi calpesta queste terre. Qui sul Circeo è facile sprofondare con la mente nei sogni più temerari, mentre gli occhi si perdono, inebriati, tra le vaste distese d’acqua, richiamati dal canto delle sirene. Basta destreggiarsi tra i fitti arbusti e le verdi chiome dei lecci, per accorgersi d’aver messo piede sulle mura megalitiche dell’antica roccaforte romana di Circei, fondata, secondo una delle tradizioni, 393 anni prima di Cristo.
Foto Circei

Veduta di Circei

Purtroppo, rimane poco, e molto ancora si perde tra le pareti scoscese del Promontorio. Eppure, non molto distante dal Circeo, si erge, portentosa, l’Acropoli di Norba. Bisogna spostarsi nell’entroterra, scendere dai cinquecento metri di altezza sul livello del mare, addentrarsi nel cuore del Lazio ed iniziare una nuova corsa verso l’alto. Giunti a Norma, ci si ritrova immersi in quell’atmosfera tipica che solo i paesini del Centro Italia riescono ad offrire: pochi anziani in piazza, chi gioca a briscola o a scopa al bar, una macchina qua e là e l’armonia che i suoi vicoletti – tanti piccoli presepi di San Gregorio Armeno – suscitano nell’animo assetato. Prima di addentrarsi nel reticolato urbano di Norma, si rimane folgorati da una iscrizione che campeggia sul corso in cui si trova la Scuola Elementare Rosa Maltoni Mussolini: Il Popolo italiano quando vuole sa fare tutto.

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In maiuscolo, a caratteri cubitali, stagliato su una parete rosa che sormonta un portone in legno. Quanto odore di italianità! Lo stesso odore che invita il filibustiere pontino ad aggirarsi tra i vicoli di Sermoneta o Bassiano, la città del prosciutto – e che prosciutto! Da assaggiare con un vinello rosso della casa in una delle tante taverne sparse tra i vicoli -, oltre che città di nascita di Aldo Manuzio – non ce ne voglia Manuzio, ma anche il prosciutto ha la sua dignità!

L’odore del bagnato, reso secco da una temperatura che si aggira sui dieci gradi, accompagnato da un cielo terso e da un sole splendente, ben dispone l’animo in cerca di umanità. Non quella della fratellanza, no, né quella dell’amore e delle cianfrusaglie metropolitane. Intendevamo l’umanità del piccolo mondo guareschiano. Se ci si introduce di buon gaudio in queste piccole viuzze, si possono ancora carpire i profumi d’un tempo, dalle finestre aperte che si affacciano sulla strada. Sindrome di Proust, ça va sans dire.

E’ l’odore della carne alla cacciatora, insaporita da una spruzzatina di vino bianco, che pare voglia invitare l’ospite sconosciuto a venire a banchetto. Basta chiedere, le porte sono aperte!

Prima di giungere sull’acropoli, insomma, ci si può ristorare l’animo in molti modi. Addentrandosi tra le case in pietra, ogni tanto spunta fuori un’edicola consacrata alla Vergine: fermati passeggero e prega Maria che le grazie dal cielo ella ti invia. E allora la pietà religiosa obbedisce e venera. Ma non manca neppure il campanilismo – Dio benedica il campanilismo -, e così, capita di leggere, su un vecchio e marcio portale in legno verniciato di verde, quel che potrebbe essere, in fondo, un coro da stadio: Norma è anticiociara. Oh tu che dormi destati!

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Norma è anticiociara

Lassù, sull’Acropoli, la vista è maestosa. Ogni pietra parla e chiede riverenza; sorge pietà nel calpestarle. Lì è la storia. Fondata nel V secolo a.C., l’acropoli sorge su monumentali mura ciclopiche, formate da grandi blocchi calcarei, secondo l’antica tecnica dell’opus poligonalis. All’interno della cittadina – che, da Dionigi di Alicarnasso, sappiamo essere città latina, aderente quindi alla Lega Latina che venne sconfitta, nel 496 a.C., nella battaglia del Lago Regillo dalle truppe romane guidate da Tito Ebuzio e Virginio – si distinguono l’Acropoli Maggiore e l’Acropoli Minore. Al tramonto la città sembra assistere ad un evento miracoloso. L’arancio dell’imbrunire, il verde della natura che cerca di divorare il bianco calcareo delle pietre di Norba, creano un arcobaleno di colori che, uniti all’azzurro del cielo, chiamano gli uomini ad abitarvi. Se la foschia lo permette, sullo sfondo si riesce ad intravedere, dormiente, l’astuta maga.

Acropoli di Norba
L’acropoli di Norba

Dall’alto, qui, dall’antica Norba, si può avere contezza dell’opera titanica compiuta dal Duce. L’Agro Redento lo definiva. E già, poiché laddove prima sorgevano stagni marcescenti infestati dall’avanzare della natura, ora sorgono città e distese di verde. Forse si può dubitare della bellezza architettonica di Latina, Sabaudia, Aprilia, Pomezia o Pontinia, ma sulla bonifica, sulla più ambiziosa di tutte le bonifiche, no. L’Agro Redento avrebbe rappresentato per molti la Terra Promessa. Ma c’era da faticare, prosciugare ben 135mila ettari di terreno paludoso, costruire abitazioni ed assegnare poderi. E lo scoglio, anzi, la duna, era parsa fino a quel momento insormontabile. E allora, dal ‘24 (anche se i lavori veri e propri iniziarono nel ’27), come si procedette? Lasciamo raccontare Pennacchi, perché noi non sapremmo descrivere meglio:

«Appena finiscono i monti Lepini difatti – all’immediato loro piede – subito comincia la piana che degrada sempre più liscia verso il mare Tirreno. Prima del mare trova però una lieve increspatura – larga cinque o sei chilometri – che come una spina dorsale la percorre longitudinalmente tutta, parallela alla linea di costa. Questa increspatura la chiamano “duna quaternaria” e qui si frangeva il mare quattro o cinquecentomila anni fa. Poi si è spostato e continuando a frangersi e rifrangersi con sempre nuove onde cariche di sabbia, ha ricostituito una nuova duna – l’attuale linea di costa – a un paio di chilometri dalla vecchia. Tra la duna vecchia però – la quaternaria – e questa nuova, col tempo s’è formata una specie di catino pianeggiante posto un paio di metri al di sotto del livello del mare, che non riuscendo a smaltire l’acqua piovana ha dato vita a una serie di laghi, stagni e paludi costiere. C’è poi un’altra zona più bassa del mare al di là dell’Appia – tra Mesa e Terracina – chiamata Quartaccio di Mazzocchio ed allagata regolarmente dai fiumi Ufente ed Amaseno».

Non tutto, chiaramente, era allagato. Ma, laddove non arrivava l’acqua, ci pensavano i rovi, le foreste e quanto di più minaccioso la natura può opporre alla presenza dell’uomo. «E dentro le foreste e gli spinaceti altri stagni chiamate “piscine”, soprattutto sulla duna quaternaria perché ogni più piccolo avvallamento – costituito nei suoi strati superiori da argilla – una volta riempitosi d’acqua nei mesi invernali restava allagato e stagnante, putrido e marcescente fino a tutta l’estate». Poca preoccupazione per il Regime. Qui bastò utilizzare le pompe idrovore

Il peggio vero era in quella più grande parte di pianura chiamata Piscinara che dal piede dei monti arrivava digradando alla duna quaternaria. Fin qui difatti l’acqua scendeva felice e tranquilla, nel suo viaggio verso il mare. Ma arrivata a questi ultimi otto chilometri – a questa lievissima increspatura – si doveva fermare perché, come si sa, l’acqua da sola non può salire verso l’alto. L’unico modo che aveva per andare a mare era quindi prendere la via più lunga, quella longitudinale verso Terracina. Essendo però questa di quaranta chilometri e tutta in piano – con un leggerissimo dislivello di soli due metri – lei capisce che non poteva quella povera acqua che perdere ogni idea d’abbrivio, ogni sogno di velocità e rassegnarsi buona buona a ristagnare

E qui si convogliavano non solo le acque dei fiumi discendenti dai monti Lepini, ma anche quelli provenienti dai Colli Albani che, dunque, incontrando la duna, e non potendola sormontare, ristagnavano. E allora questo benedetto agro bisognava redimerlo, disse il Duce. E via con la costruzione di un canale situato quasi a valle, ai piedi dei Lepini, con l’unica funzione di raccogliere le acque provenienti dai Colli Albani e scaricarle a mare, impedendo il ristagno nella Piscinara. Mica operazione da quattro soldi. E qui, a parlar male del Duce, ci si pensa su un paio di volte.

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Diffusa è la leggenda, tra gli abitanti di queste terre, secondo la quale, a volte, si sentirebbe ancora il rombo della Moto Guzzi del Duce squarciare la quotidiana serenità che avvolge, come una coltre, questi luoghi. Costruito il Canale Mussolini o, come si chiama oggi con un nome di discutibile fantasia, Canale delle Acque Alte, costruite le case. Costruite le case, assegnati i poderi attraverso l’Opera Nazionale Combattenti. Alla fine della frittata, si poteva procedere con la costruzione delle città. E via con Littoria, edificata in cinque mesi, consacrata al duro lavoro del bonificatore.

Il tipico podere dell'ONC

Il tipico podere dell’ONC

Ma ci siamo persi, fantasticando sulle alture di Norba. Tra i Monti Lepini e l’Agro Pontino le mete sono così tante che verrebbe voglia di visitarle tutte. Poco distante da Norma sorge Sermoneta, un borgo medievale dominato nei secoli dalla nobile famiglia dei Caetani, di cui resta ancora un imponente castello, cui si accede dopo aver compiuto un percorso in salita tra i numerosi vicoletti dai quali, di tanto in tanto, spunta fuori un umile vecchio col bastone, intento a salire una stretta gradinata, una vecchia Sinagoga (ché, per quasi tutto il Basso Medioevo, Sermoneta fu sede di una folta comunità ebraica) oppure una Cattedrale dall’imponente campanile, consacrata a Santa Maria Assunta, costruita, così narra la tradizione, sulle rovine di un tempio romano dedicato alla Dea Cibele. Bisognerebbe godersi la pensione in questi angoli della Penisola!
Prima di giungere al Castello, i vicoletti portano ad un meraviglioso spiazzo che dà sull’Agro. Si legge su una targa in legno: Sermoneta agli eroi della battaglia di Lepanto. Era, infatti, il 1571 quando la flotta cristiana e quella turca si scontrarono sulle acque di Lepanto. Per i turchi fu una ferita lancinante. A bordo della nave “Grifona”, insieme ai sermonitani, stava il Comandante Generale della Fanteria Pontificia, il Duca Onorato IV Caetani, primogenito di Bonifacio, Signore di Sermoneta.

Sermoneta

Molte e molte cose si potrebbero ancora raccontare: il profumo delle arance coltivate nei numerosi orticelli privati, la cura certosina di ambienti purificati dal male di vivere, simbolo più vero della grandezza del nostro Paese. E’ qui l’Italia! Un ostello bello, capace di offrire tutto ciò che si desidera e che la vita quotidiana ed affaccendata, persa negli affari cittadini, non può donarci. Siamo stati in questi luoghi nella prima decade dello scorso dicembre, dai ragazzi della Filibusta Pontina. Fabrizio Manuguerra e Flavia Bertellini ci hanno accolti con fare da apriliani, con fare, cioè, di chi sa accogliere poiché accoglienza ha ricevuto da queste terre. Come migliaia di famiglie italiane giunte nell’Agro Redento, anch’essi discendono da famiglie trasferitesi nel Lazio. Accomunati dalla passione per la natura, da circa un anno hanno fondato una associazione, la Filibusta Pontina, con l’obiettivo di fornire a chiunque lo voglia esperienze straordinarie alla scoperta delle meraviglie di questa terra. Dietro le parole di Fabrizio e di Flavia non c’è il desiderio di evadere dal mondo, quanto, piuttosto, di evadere da questo mondo, che misconosce le radici, cancella le tradizioni, maledice l’isolamento, la riflessione, in nome di una massificazione forzata. Siamo tutti filibustieri, in cerca di salpare verso mondi ignoti, villaggi sconosciuti, felici contee popolate da Hobbit. Per tre giorni ci hanno condotti in luoghi inimmaginabili e, alla fine, ci sembrava di conoscerli da una vita. Molto non abbiamo raccontato, per esigenze di spazio, ma il poco che basta a lasciar intravedere la passione e l’entusiasmo che li animano.
Alla fine, dopo giorni condotti a scalare sentieri selvaggi, rocce inerpicate, a sederci a tavola gustando un’amatriciana dei tempi buoni e calici di vino bianco, ci sono venuti in mente alcuni versi di Bilbo Baggins:

“La via prosegue senza fine
Lungi dall’uscio dal quale parte.
Ora la Via è fuggita avanti,
Presto, la segua colui che parte!
Cominci pure un nuovo viaggio,
Ma io che sono assonnato e stanco
Mi recherò all’osteria del villaggio
E dormirò un sonno lungo e franco”.

Allora tu, lettore, che aspetti? I filibustieri ti aspettano: unisciti alla ciurma!