Nel vuoto pneumatico della politica e della cultura italiana, un tema fondamentale è morto e sepolto da tempo. Il disperato tentativo di resuscitarlo, adeguarlo alle innumerevoli insidie del mondo post-moderno, farlo, insomma, tornare prepotentemente alla vita è fallito. Al funerale, non c’era nessuno, perché chi gli era vicino, chi lo sosteneva, riposa da decenni nel sonno eterno. Una brutta fine, per chi, una volta, era conosciuto e ammirato, sognato da masse immense, più intensamente di una soubrette da calendario. Tradito, messo all’angolo ed emarginato quasi fosse un cane idrofobo, si è spento nell’ignavia e nel silenzio, rimpiangendo con lacrime amare gli anni in cui rappresentava una speranza e un’illusione per gli uomini di tutta la Terra. Noi rompiamo il muro di gomma del silenzio. Noi non abbiamo paura. Noi cantiamo l’elogio funebre della Giustizia Sociale e della sua folle resistenza barricadera, stroncata dalle inevitabili forze del liberismo integrale, tumulata dai trionfanti Chicago Boys con la benedizione della Scuola Austriaca. Eppure, l’ascesa dell’istanza sociale sembrava inarrestabile: utopia nel XIX secolo, divenne, via via che le istanza di classe divenivano più pressanti, una meta raggiungibile e realizzabile, attraverso i sentieri più vari e difformi. Corporativismo Fascista, Collettivismo Sovietico, Capitalismo Keynesiano, Sindacalismo Cattolico: tanti paradigmi che miravano a debellare, in forme più o meno spinte, l’assolutus della proprietà, lo stillicidio della lotta di classe, la folle corsa al profitto, favorendo al contempo una migliore qualità del Lavoro e dell’esistenza, accorciando in maniera sensibile le differenze di censo e di classe.  L’opera di Keynes, soprattutto, riuscì a coniugare democrazia e sviluppo, emancipando fasce consistenti di popolazione dalla miseria, puntando  al benessere duraturo e alla collaborazione tra capitale e lavoro. Quell’età dell’oro vide l’apogeo della giustizia sociale: lo Stato, dunque la comunità, divenuto attore centrale del processo economico, regolava l’intero mondo della produzione e del consumo. Spazio, dunque, alla piena occupazione e alla repressione finanziaria: il totem del mercato veniva sottomesso ai bisogni fondamentali della Nazione, con sommo beneficio della gran parte della popolazione.

Durante il Trentennio Glorioso la giustizia sociale visse il suo periodo di splendore: miseria, disoccupazione, sfruttamento, erano termini che sarebbero divenuti presto relitti di un mondo grigio, passato,  grazie al progressivo e inarrestabile progresso dell’economia reale e dei diritti del Lavoro. In realtà,  era già in moto la reazione elitista: approfittando degli shock petroliferi e della successiva stagnazione, dall’America venne, infine, l’attacco decisivo e omicida, che avrebbe distrutto ogni possibilità di duratura affermazione dell’uguaglianza sociale. Il neoliberismo, puparo di Reagan e Tatcher, cantato da Friedman e Von Hayek, sperimentato in Cile da Pinochet, corrose le strutture dell’Europa diffondendo i germi della speculazione finanziaria, dell’edonismo, della deregulation. Pochi si opposero: chi era nella stanza dei bottoni sacrificò la dignità dei popoli per mero tornaconto personale. Chi non lo fece, fu eliminato senza remore. L’homo economicus si imponeva sull’umanità; il libero mercato ingrassava le multinazionali per affamare interi continenti; la politica divenne sguattera e serva dell’economia transnazionale.  La giustizia sociale, da riferimento cardine per ogni forza politica, divenne un tabù. Il libero mercato non ammette pietà, né comprensione. La concorrenza va applicata anche e soprattutto tra gli esseri umani. Ogni garanzia, ogni diritto, drogano il perfetto meccanismo del mercato autoregolatore, allocatore ottimale di risorse. La società è un mero insieme di individui calcolatori, in lotta tra loro. La solidarietà, lo spirito di comunità, l’umano sentirsi parte di un tutto, sono temi scientemente perseguitati e osteggiati. La summa delle migliori aspirazioni civili, la volontà comune di far beneficiare tutti di un minimum vitale di benessere, il desiderio di distruggere lo sfruttamento e l’aberrante miseria materiale: nulla ha resistito all’attacco neoliberista. E la giustizia sociale, da faro di civiltà, è divenuta una luce sempre più fioca, sempre più tenue, fino a che, in un giorno imprecisato ma a noi vicino, ha cessato del tutto di brillare. L’oscurità delle nuove barbarie sociali l’ha sommersa e vinta. Per sempre?