Il Giappone non è solo il paese che ha saputo darsi un volto nuovo in seguito alla rovinosa sconfitta della seconda guerra mondiale, investendo e diventando attore di punta nel settore dell’alta tecnologia, dell’intrattenimento e dell’industria automobolistica. Allo stesso modo della nuova Turchia costruita da Mustafa Kemal sulle ceneri del defunto impero ottomano, il paese dei samurai, presa coscienza della fine di un’epoca, dal 1945 ha avviato un percorso di occidentalizzazione che ha interessato ogni sfera dell’economia, della cultura e della società, tentando di dimenticare il doloroso capitolo conclusosi ad Hiroshima e Nagasaki. Storicamente diffidente verso ogni relazione con l’esterno, tanto da chiudersi al mondo durante l’ultraconservatore shogunato Tokugawa, durato dal 1600 al 1868, il Giappone oggi agisce come un’appendice statunitense funzionale al contenimento delle mire egemoniche di Russia e Cina nell’Asia orientale e nel Pacifico, totalmente privo di una politica estera autonoma.

Dietro ogni pregio, si nasconde anche un difetto, un detto la cui veridicità trova conferma dando uno sguardo ai costi sociali che il miracolo economico giapponese si è portato dietro. È vero, in Giappone una strada o un edificio vengono ricostruiti in tempi record, qualsiasi sia l’entità del cantiere. È anche vero che la famosa linea metropolitana superveloce di Tokyo è quasi sempre puntuale, quando non in anticipo. Ed è anche vero che l’elevata automazione presente in quasi ogni settore dell’economia nazionale non ha avuto riflessi perversi sull’occupazione reale, anzi, starebbe galvanizzando la ripresa di un nuovo ciclo di crescita economica di lungo termine. Ma la società giapponese come sta vivendo il ventunesimo secolo? Le nascite sembrano essere crollate insieme alla libido: nel 2015 il tasso di natalità era di 1,46 figli per donna e, secondo una ricerca dell’Istituto Nazionale della Popolazione e della Sicurezza Sociale, una grave apatia sessuale affliggerebbe tra il 40% e il 45% degli uomini celibi e delle donne nubili tra i 18 e i 34 anni, determinando l’assenza di rapporti sessuali.

Sono sempre meno i giapponesi che scelgono di sposarsi e costruire una famiglia, chi lo fa', comunque, tende a creare unità familiari in età avanzata e più ristrette di un tempo

Sono sempre meno i giapponesi che scelgono di sposarsi e costruire una famiglia, chi lo fa, comunque, tende a creare unità familiari in età avanzata e più ristrette di un tempo

Secondo la psicologia accademica nazionale, il forte calo dell’appetito sessuale sarebbe un effetto collaterale dell’economia postindustriale, scontratasi con la cultura essenzialmente solitaria del giapponese medio. Non solo i giovani, ma anche le persone in età adulta, preferirebbero mediare le relazioni sociali, anche quelle di natura sessuale, attraverso la tecnologia – un modo attraverso cui evadere dalla quotidiana immersione nella mondanità, rimanendo soli, ma in compagnia, simultaneamente. La fuga dal mondo reale viene ricompensata entrando in un universo virtuale nel quale anche il sesso e il bisogno primordiale del contatto fisico possono essere soddisfatti altrimenti. La tecnologia ha reso possibile la nascita di una nuova rivoluzione sessuale, che sta avendo luogo proprio adesso, in Giappone. Ogni anno, si stima che vengano venduti oltre 2mila robot antropomorfi dalle sembianze femminili, prodotti per far consumare degli amplessi agli acquirenti.

Il ricorso ai robot-sessuali non è un fenomeno rarefatto, ma coinvolge un nugolo di persone, uomini di ogni età, anche adolescenti, e condizione, anche coniugati. Oltre all’apatia sessuale, un altro problema divenuto di rilevanza nazionale è quello degli hikikomori, adolescenti che si rifiutano di uscire di casa e avere relazioni con altri individui, anche con gli stessi genitori, e che preferiscono passare il tempo in rete. È un problema che riguarda tra i 500mila e il milione di persone. Una fetta sempre crescente dei giovani vive in una condizione psicologica denotata da afflizione e disagio, credendo di non essere in grado di soddisfare le aspettative che la famiglia e la società ripongono su di essi. Lo smarrimento delle nuove generazioni non è un problema che riguarda solo il Giappone, ma è comune a tutte le società del malessere. In Giappone si chiamano parasaito shinguru, in Italia bamboccioni, nel mondo anglosassone kidult, in Germania nesthocker. Alcuni giovani scelgono di autoisolarsi dal mondo, altri continuano a viverci, diventando adulti anagraficamente, ma restando immaturi dal punto di vista psicologico, ignorando che la condizione di puer aeternus nella quale aleggiano facilitando così l’entrata sul viale del tramonto della civiltà di cui dovrebbero essere, invece, il futuro.

La gioventù giapponese vive in modo conflittuale il peso della modernità e la disgregazione del modello familiare unitario causata dal turbocapitalismo, gli hikikomori sono soltanto una delle tante espressioni di questo disagio giovanile - Illustrazione di Yuta Onoda

La gioventù giapponese vive in modo conflittuale il peso della modernità e la disgregazione del modello familiare unitario causata dal turbocapitalismo, gli hikikomori sono soltanto una delle tante espressioni di questo disagio giovanile – Illustrazione di Yuta Onoda

Il problema dei giovani che scelgono di fuggire dalle responsabilità, vivendo in casa dei genitori anche superati i 35 anni, senza iniziare alcuna relazione sentimentale, dedicandosi unicamente al lavoro – o neanche a quello, come gli hikikomori, è ritenuto (a buona ragione) una delle cause alla base della denatalità e dell’invecchiamento della popolazione. Takeo Doi in Anatomia della dipendenza, un libro-inchiesta che indaga il fenomeno dei giovani che non vogliono crescere, conclude che l’impatto della civiltà giapponese con la modernità – avvenuto nel secondo dopoguerra, abbia avuto effetti perversi sul modello familiare autoctono, già di per sé tendente a creare legami d’attaccamento quasi patetico tra i membri, alimentando l’insorgere di veri e propri rapporti di dipendenza tra genitori e figli, ed i parasaito shinguru sarebbero il risultato di tutto ciò.

I giovani che non vogliono crescere non si sposano e non fanno figli ed il tasso di natalità dal 2005 è ciclicamente superato da quello di mortalità. Una popolazione che non si riproduce, ma invecchia e muore, questa è la fotografia di un paese che oggi è composto per il 26% da anziani, ossia persone di età superiore ai 65 anni, cifra che gli permette di porsi al primo posto nella classifica dei paesi più vecchi del pianeta. Se l’andamento dovesse proseguire nel tempo, una proiezione elaborata dall’Istituto Nazionale per la Popolazione e la Sicurezza Nazionale, prevede che entro il 2065 gli anziani rappresenteranno il 40% della popolazione, nel frattanto scesa da 128 milioni a 87 milioni.

Oggi, un terzo della popolazione giapponese è composto da anziani e, qualora il trend continuasse, quasi un giapponese su due, nel 2060, potrebbe avere più di 65 anni

Oggi, un terzo della popolazione giapponese è composto da anziani e, qualora il trend continuasse, quasi un giapponese su due, nel 2060, potrebbe avere più di 65 anni

Apatia sessuale, soddisfacimento dei desideri carnali mediante l’utilizzo di robot, smarrimento giovanile, culle vuote ed ospizi pieni, eppure il vero problema sono i suicidi. Gli indicatori di misurazione della felicità, dell’insoddisfazione economica e del benessere, ritraggono la popolazione giapponese come una delle più infelici tra i paesi industrializzati e questo malessere sembra essere corroborato da un dato: ogni anno, si registrano tra i 25mila e i 30mila suicidi, una media di 21,4 ogni 100mila abitanti nel 2013, contro i 19,3 ogni 100mila del 1997.

Non si tratta, però, degli stessi suicidi facenti parte del bagaglio culturale giapponese, come il seppuku o l’harakiri, ossia quelle morti autoinflitte nel tentativo di proteggere l’integrità e l’onore personale, e neanche si tratta dei kamikaze che sacrificano la vita per la salvezza della nazione. Il suicida medio è un giovane con problemi d’integrazione nella società o nella famiglia, o un ambizioso maschio in carriera che non riesce a sostenere i ritmi asfissianti del toyotismo o che ha perso il posto di lavoro. Il problema è ancora più grave, considerando che il suicidio è la prima causa di morte tra i giapponesi d’età compresa tra i 15 e i 39 anni, e sarebbe fortemente correlato alla fatica da lavoro secondo un’indagine del governo. Oltre ai giovani, infatti, sono moltissimi coloro che scelgono di togliersi la vita o che muoiono sul posto di lavoro, a causa della stanchezza e dello stress; i cosiddetti karōshi.

Aokigahara è una porzione di foresta sita ai piedi del sacro Monte Fuji, tristemente nota per il fatto d'essere scelta ogni anno da centinaia di giapponesi come luogo in cui togliersi la vita, tanto da essere ribattezzata la foresta dei suicidi

Aokigahara è una porzione di foresta sita ai piedi del sacro Monte Fuji, tristemente nota per il fatto d’essere scelta ogni anno da centinaia di giapponesi come luogo in cui togliersi la vita, tanto da essere ribattezzata la foresta dei suicidi

Sia il governo che le multinazionali stanno tentando di affrontare il problema dei suicidi, a volte agendo in maniera concordata. La Toyota, ad esempio, ha limitato a 30 le ore extra lavorabili mensilmente dai dipendenti, mentre il governo ha creato una linea telefonica attiva 24 ore, raggiungibile da chiunque senta la necessità di comunicare il proprio malessere e ha obbligato le amministrazioni pubbliche municipali a redigere dei piani d’azione per contrastare i suicidi a livello locale.

Nel 2017 sono stati pubblicati i risultati del piano decennale antisuicidi varato nel 2007, White Paper, confermando che gli sforzi congiunti di autorità e multinazionali hanno raggiunto dei risultati positivi, seppure deboli: nel 2016, per la prima volta dal 1994, i suicidi sono scesi al di sotto delle 22mila unità. Nonostante la lieve diminuzione, il Giappone si conferma il secondo paese dell’emisfero occidentale per numero di suicidi, superato solo dalla Lituania (30,8 suicidi ogni 100mila abitanti), ed il sesto a livello mondiale.

Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka, (Tokyo, 1925  - Tokyo, 1970) scrittore, pensatore, poeta e patriota giapponese. Si suicidò pubblicamente con un seppuku per denunciare la decadenza del Giappone

Yukio Mishima, pseudonimo di Kimitake Hiraoka, (Tokyo, 1925  – Tokyo, 1970) scrittore, pensatore, poeta e patriota giapponese. Si suicidò pubblicamente con un seppuku per denunciare la decadenza del Giappone

L’orizzonte della terra del Sol levante sembra molto cupo, eppure i suicidi stanno lentamente diminuendo e le nascite aumentando, lasciando spazio ad un tiepido ottimismo per il futuro. Quando si parla dei problemi del Giappone, si tralascia di approfondire una cosa molto importante: l’entrata nella modernità imposta ad un popolo millenario e fiero come quello nipponico ha creato distorture tremende in ogni ambito sociale e culturale, contribuendo enormemente a creare o ad accentuare contraddizioni già presenti. Non è un caso che l’ultimo patriota giapponese, Yukio Mishima, scelse proprio il suicidio per denunciare ai suoi connazionali la pericolosa deriva apatica abbracciata dal secondo dopoguerra ed è soltanto per mezzo delle sue parole che si può comprendere la profondità dell’attaccamento giapponese alla propria civiltà:

Non posso continuare a nutrire speranze per il Giappone del futuro. Ogni giorno si acuisce in me la certezza che, se nulla cambierà, il “Giappone” è destinato a scomparire. Al suo posto rimarrà, in un lembo dell’Asia estremo-orientale, un grande Paese produttore, inorganico, vuoto, neutrale e neutro, prospero e cauto. Con quanti ritengono che questo sia tollerabile, io non intendo parlare.