Il 17 aprile si voterà in Italia il referendum per chiedere l’annullamento della norma che consente alle società petrolifere di estrarre gas e petrolio entro le 12 miglia marine dalle coste italiane senza limiti di tempo.

Ne sai già abbastanza. Io pure. Le conoscenze non ci mancano. Ciò che manca è il coraggio di comprendere quello che sappiamo e di trarne le conclusioni”. (Sven Lindqvist)

La contraddizione Italiana: il governo si sta impegnando a tagliare le emissioni serra la cui percentuale maggiore viene prodotta bruciando combustibili fossili, ma quasi ironicamente dall’altra parte crescono gli incentivi per l’estrazione di questi combustibili. La maggior parte degli aiuti Italiani sono quindi rivolti al petrolio e non alle fonti rinnovabili.  Non sarebbe più semplice investire nella ricerca di fonti di energia rinnovabile?

Solo nel 2015, 4 mila posti di lavoro sono stati persi soltanto nel settore eolico, secondo un’attenta analisi dei dati invece risulta che cambiando la politica energetica si potrebbero guadagnare fino a 100 mila occupati nel settore delle rinnovabili entro il 2030. Gli incentivi in Italia per lo studio e l’utilizzo delle fonti di energia rinnovabile invece si ferma sotto gli 11 miliardi di euro, quando nello stesso periodo in Germania gli incentivi all’energia dolce superano addirittura i 23 miliardi. A differenza dei combustibili fossili e di quelli nucleari, altamente inquinanti e a tempo determinato, le fonti rinnovabili (sole, vento, acqua, calore della Terra), sono inesauribili, pulite e sicure: attualmente nel nostro Paese garantiscono oltre il 37% dei consumi elettrici, ma la strada è lunga, se si vuol adottare un modello energetico sempre più distribuito, competitivo ed efficiente, che punti al risparmio, all’autoproduzione e allo scambio di energia.

Queste fonti sono definite “inesauribili” perché le riserve oltrepassano gli orizzonti temporali della nostra civiltà. L’interesse per le energie rinnovabili è emerso negli anni ’70 a seguito della prima grande crisi petrolifera mondiale del 1973, ma allora il tema dei cambiamenti climatici non era cruciale, e le questioni principali erano più che altro legate all’inquinamento atmosferico e alla possibilità di rischi economici e politici determinati dalla dipendenza e dall’importazione di energie. Così i vertici politici nazionali statunitensi iniziarono ad appoggiare e incentivare la produzione e l’utilizzo delle cosiddette “energie verdi”, in contrasto con i trust del petrolio e dell’elettricità: il tentativo di screditare l’efficienza dell’applicazione delle energie rinnovabili fu ben orchestrato ed ottenne grande successo. La proposta ebbe quindi esito negativo e fu redatto un rapporto in cui si cercava di screditare l’efficienza dell’applicazione delle energie rinnovabili, riuscendo dunque ad ostacolare il cambio di paradigma energetico. La questione, però, venne risollevata a metà degli anni ’90, a seguito delle discussioni sull’intensificazione dell’effetto serra e il conseguente aumento delle temperature del nostro pianeta: da quel momento, nonostante le noncuranze omertose di Washington (si veda il mancato accordo sui protocolli di Kyoto o il processo d’estrazione detto share oil) il dibattito s’è riacceso, ed impegna numerosi e validi esponenti della cosiddetta società civile d’oltreoceano.

La situazione Italiana rimane comunque sottosviluppata rispetto a quella di altri paesi, anche se la produzione di energie di fonti rinnovabili è in significativo aumento. Un futuro rinnovabile al 100% non è utopia e potrebbe essere una grande opportunità  per il futuro del mondo. Senza, comunque, un chiaro piano strategico nazionale, inserito in una dinamica geostrategica di largo respiro, le valide e progressive idee “verdi” rimarranno mere utopie, abbandonate nell’iperuranio delle belle speranze irrealizzate.