Fuocoammare è un documentario di Gianfranco Rosi, vincitore dell’Orso d’Oro a Berlino e candidato italiano agli Oscar. Proprio questa candidatura ha diviso e continua a dividere la critica. Paolo Sorrentino ha parlato di una “scelta masochistica” per il cinema italiano, che avrebbe dovuto presentare Indivisibili di Edoardo de Angelis. D’altro canto, tanti sono i sostenitori di Rosi, dal governo alla Rai, produttrice della pellicola. Ma non è tutto. Fuocoammare divide soprattutto riguardo i contenuti, perché non c’è unanimità riguardo la loro lettura. Dopo la vittoria di Berlino, il regista ha dichiarato:

«Il mio pensiero è andato subito a tutti quelli che non arrivano mai a Lampedusa in questo viaggio della speranza, e voglio dedicare il premio alla gente di Lampedusa che da sempre apre il cuore agli altri. Quando ho chiesto al dottor Pietro Bartolo cosa fa di Lampedusa un paese così generoso, mi ha risposto: siamo pescatori e accettiamo qualsiasi cosa venga dal mare. L’Europa sta considerando le sue politiche, io spero che sia chiaro che la gente non può morire in mare mentre fugge da terribili tragedie».

Con la sua dichiarazione Rosi ha depotenziato la portata del lavoro (realizzato dopo un anno vissuto direttamente sul campo), presentandolo banalmente come un encomio dell’immigrazione: in fin dei conti – si potrebbe commentare – gli isolani accettano tutto e tutti, quindi va bene così. Dopo aver visto il documentario, però, le cose si presentano in maniera diversa. Innanzitutto, Fuocoammare non è un film incentrato unicamente sui migranti, ma sulla quotidianità vissuta da tutti gli abitanti di Lampedusa. È proprio l’isola, con i suoi 20 km² di terra, ad essere la vera protagonista. Una terra bellissima, ma allo stesso tempo arsa e scissa in due realtà ben distinte. La prima è quella dei barconi della morte, carichi di bambini ustionati, donne incinte, individui “bagnati di nafta”, tutti ammassati come schiavi, che chiamano terra implorando can you help us? A rispondere sono gli addetti ai lavori, che effettuano operazioni di salvataggio, visite mediche, foto segnaletiche, nella consapevolezza di essere in trincea e di dover combattere l’ennesima battaglia.

lampedusa_migranti

Immigrati appena sbarcati a Lampedusa

Sono proprio i vari soccorritori a rappresentare l’unico punto di contatto reale tra i migranti e gli isolani. L’altra metà dell’isola è, infatti, un mondo a sé, apparentemente distaccato dal fenomeno dell’immigrazione, ma indirettamente paralizzato da essa. Presentata attraverso gli occhi di un bambino, Samuele, la parte propriamente italiana di Lampedusa comunica, come quella meticcia, un senso di tristezza profonda. Gli abitanti, che ancora ricordano la guerra (quando il “mare andava a fuoco”), sembrano bloccati in una realtà che muta velocemente, mentre loro rimangono sempre gli stessi, abbandonati da tutti, ma costretti a farsi carico dei problemi di ognuno. Proprio Samuele, con un occhio pigro e con attacchi di ansia che a volte gli bloccano il respiro, è l’emblema di questa situazione.

Dall’insieme dei vari fenomeni, ne deriva un quadro destabilizzante per tutti. Come accennato precedentemente, il modo migliore di leggere Fuocoammare è di fare di Lampedusa la vera protagonista, vittima di un sistema e di dinamiche internazionali, abbandonata al proprio destino nella più totale indifferenza, mentre a Roma come a Bruxelles, ci si sciacqua la bocca con discorsi astratti, esagerati, politicanti, falsi. A patto che non lo si sottometta forzatamente alle retoriche dominanti, fossilizzandosi sulle frasi e sulle immagini ad effetto, e ignorando il sostrato critico che propone, il documentario può rappresentare un bel calcio al buonismo. Un sostrato che dovrebbe essere comunque rafforzato da considerazioni che vadano alla radice delle problematiche, tirando un ulteriore calcio al politically correct, mettendo in discussione le politiche occidentali in Africa e non solo. Del resto, il fatto che la maggior parte dei migranti si imbarchi dalla Libia non può essere un caso. Mentre il film ha iniziato in maniera “trionfale” la sua marcia verso l’Oscar, ci si chiede, in che modo le tematiche verranno affrontate al di là dell’Oceano, dove il contesto, i presupposti e conseguenzialmente le interpretazioni attorno a questi temi sono differenti da quelli nostrani. Forse, proprio per questo, sarebbe stato meglio puntare su altro, magari su qualcuno che chiamavano Jeeg Robot.