di Damiano Rossi

I concetti di xenofobia, omofobia rappresentano categorie virtuali, contenitori totalizzanti nella loro attrazione fagocitante, dunque in potenza infinitamente inclusivi a seconda delle circostanze. I concetti di xenos, straniero, di omoios, uguale a stesso, sono di per sé estremamente complessi e molteplici, costituendo dunque categorie trascendenti e sfumate, difficilmente riconducibili a confini intellegibili. Al contrario per la comprensione del processo cognitivo dell’insulto definibile come razziale e omofobo nodo centrale è la decostruzione del suo sistema linguistico.
L’insulto in quanto comunicazione possiede gli elementi comuni del linguaggio verbale: mittente, messaggio, ricevente. Nel mittente l’insulto si fonda sull’estrapolazione dal suo sistema culturale e cognitivo di un’idea generale, un eidos che permetta di annichilire l’individuo all’interno di una macro categoria, cancellando il suo essere individuale in una connotazione puramente astratta.

Obiettivo dell’insulto è colpire nel modo più diretto, distruttivo, il proprio avversario, arrivandone a colpire la sensibilità, dunque con un desiderio primario di ferire l’interlocutore/nemico. Di per sé l’insulto in questa fase non possiede nessuna valenza per il mittente, che coglie solo l’aspetto armato del concetto d’offesa, non l’aspetto ideologico della sua dialettica. In altre parole il suo ricollegarsi a macro categorie considerabili come razziali o omofobe non ne indica l’aderenza concettuale ma al contrario ne dà un valore contestuale, quindi a seconda del ricevente tale dialettica dell’offesa modificherà concetti, moduli verbali, accenti…
Il valore dell’insulto assume invece la sua connotazione ideologica ossimoricamente nel processo cognitivo attuato dal ricevente, il quale rielabora l’offesa e ipostatizza la macro categoria nella sua individualità, la ingloba in sé, passando dal generale al particolare.

L’offesa considerabile come razziale troverà dunque il suo compimento, giungerà al bersaglio solo nel momento in cui il ricevente sentirà questa come offesa effettiva. È nel momento in cui il ricevente rielabora dentro di sé il concetto, e nel suo profondo si sente colpito da questa offesa che l’insulto sussume ad una connotazione definibile come effettivamente razziale, poiché all’attacco verbale viene riconosciuto un valore concettuale che nelle premesse del mittente aveva originariamente un valore contingente. È il ricevente che attraverso le proprie categorie cognitive concepisce di fatto un attacco verbale come insulto razziale.
Se ne deduce che il valore concettuale e offensivo in termini razziali non si situa nel mittente o nel messaggio, ma bensì viene a costituirsi nella rielaborazione del ricevente che dà consistenza all’offesa.

L’insulto diviene razziale e omofobo solo se il ricevente lo considera effettivamente tale, mentre al contrario nel mittente tale presa di coscienza, tale processo cognitivo non sussiste poiché l’offesa non ha valore se non nella contingenza della comunicazione, caratterizzandosi secondo un asse puramente diafasico. La malizia bigotta, ossessiva, censoria, politicamente corretta, è propria di chi guarda non in ciò che viene osservato.