Ipertrofia muscolare spinta, massa grassa intorno al 5%, vasodilatazione, qualità muscolare, abbronzatura, olio, pompaggio: questi sono i requisiti per una competizione di culturismo. Il corpo è un tempio e il fine è quello di ottenere un fisico enorme ma soprattutto estremamente definito, spesso ricorrendo a steroidi e doping, ma non è sempre stato così. Il termine culturismo rimanda al termine latino còlere, un lavoro costante come il coltivare, e indica il culto del fisico spinto ai suoi massimi livelli. Il culto del corpo ha attraversato la storia dell’Occidente fin dai tempi dell’Antica Grecia, se non prima: si pensi alle Olimpiadi, alla statuaria classica, al modello di perfezione fisica, all’onnipresenza dell’esercizio fisico nella vita degli aristocratici.
I greci erano a conoscenza del legame fra corpo e mente (possiamo addirittura parlare di una non-divisione sostanziale dei due, di più chiara ed esplicita matrice cristiana) e pertanto allenavano entrambi. L’allenamento era all’insegna dell’armonia e dell’olismo, un tutt’uno con la pratica artistica e filosofica: testimone privilegiato è sempre Socrate. La pratica dell’allenamento ha avuto fasi alterne fino a ritrovare piena importanza nell’Ottocento, dove era spesso associato alle attività belliche. Il culturismo, come lo conosciamo oggi, prende realmente forma solo dopo la Seconda Guerra Mondiale e ha il suo periodo d’oro negli anni ’70-’80. Il più grande nome di tale disciplina è probabilmente Arnold Schwarzenegger, vincitore di numerosi Mister Olympia. L’Oriente non ha mai avuto questa tradizione, se non negli ultimi decenni, come ci spiega Yukio Mishima. Il corpo per gli orientali non ha mai meritato troppe attenzioni, specialmente quello maschile, la bellezza era una questione spirituale per i giapponesi. Lo scrittore in questione, invece, si convinse dell’importanza della pratica fisica e si dedicò egli stesso al culturismo, convinto che un fisico debole e curvo fosse segno di debolezza morale.

Lo statuto del culturismo è controverso. Gli atleti lo considerano uno sport a tutti gli effetti; altri una propedeutica allo sport (non il lato agonistico, ma il semplice esercizio con pesi e macchine); altri ancora una masturbazione puramente estetica. Probabilmente è tutte e tre le cose.
Per ottenere i risultati desiderati il culturismo richiede enormi sacrifici e una dedizione fuori dal comune. L’avversario da battere sono le debolezze dell’atleta stesso e non un’ altra persona; gli esercizi di vario genere possono fungere da preparazione per altri sport per la loro ricchezza e specificità; sicuramente ha un lato autoreferenziale nella sua variante agonistica perché l’obiettivo è la sola resa estetica, nonostante ci siano anche altri livelli di appagamento per un culturista. Ciò che comunque appare evidente nel culturismo è la sua precarietà costante: l’agonista non può mai fermarsi se non vuole perdere i risultati ottenuti, non può “sgarrare” nella dieta, ogni pausa troppo prolungata costa tempo di lavoro in palestra. Un concetto simile è espresso anche dal sociologo Zygmunt Bauman, quando distingue  fra la fitness della società liquida e l’essere in salute del mondo “pesante”. L’essere in forma è un concetto fluido, non è mai raggiunto ed è sempre minacciato da forze esterne, è un viaggio mai compiuto che lascia sempre aperte tutte le possibilità che la contemporaneità ha da offrirci. Il culturista vive sempre con una certa angoscia le pause. Le vede come una perdita delle proprie potenzialità e un allontanamento da una meta che non ha un punto di arrivo stabila, essa si allontana costantemente, passo dopo passo. Il culturista non ha una precisa vittoria da ottenere. Il suo è uno sforzo alla Sisifo che non ha un fine stabilito.

Come si è detto, l’avversario principale di un culturista è il culturista stesso. La fatica, la concentrazione per un esercizio perfetto, la stanchezza dopo una dura sessione sono qualità diverse da quelle richieste negli altri sport. Una vera sessione di palestra annienta e dà soddisfazione al contempo, quasi una forma di masochismo che si basa sulla dipendenza da endorfine. Per vincere i propri limiti si sono diffusi nell’ambito del body-building (sinonimo inglese del culturismo, nonché espressione più in voga per definirlo) tutta una serie di tecniche e retoriche motivanti.
Dai video con atleti che eseguono ripetizioni con pesi enormi alle canzoni appositamente pensate per aumentare l’adrenalina, passando per le frasi che dovrebbero spronare all’esercizio. Questi sono forse tra gli aspetti più interessanti del culturismo, perché costituiscono la sovrastruttura e l’ideologia di cui questi atleti si nutrono. Forse a qualcuno sembrerà eccessivo parlarne come di un’ideologia, e ha tutte le ragioni per crederlo. Ma il coinvolgimento psicofisico del culturista è radicale ed è basato su alcuni concetti antitetici l’un latro (secchi-grossi, pigri-energici, deboli-forti, ecc…) che creano un ordine del mondo capace di soddisfare migliaia di persone.
Il tratto più ricorrente di queste tecniche motivanti è quello di considerare la  tensione e lo sforzo come valori in sé, come continuo slancio verso qualcosa che non si delinea mai oppure che si identifica con un generico “successo”. Mezzo per eccellenza di comunicazione sono bevi slogan, scritti su foto da condividere nei social-network, pensati per sciogliere i dubbi e sedare le paure dell’atleta. Il body-builder deve creare una gerarchia di valori in cui è centrale il fatto che il proprio stile di vita sia preferibile ad altri. C’è sempre qualcuno o qualcosa contro cui lottare. I propri sforzi verranno ripagati, ma già questi sono all’apice della scala valoriale che il culturista si è dato.
Quanto si è detto circa l’universo del culturismo trova qualche riscontro presso la teoria filosofica di Peter Sloterdijk, in particolare nell’opera Devi cambiare la tua vita!. Tra le pagine dell’opera citata si trova la teoria dello sforzo come virtù e la connessione di questa con il body-building.

In un contesto di vuoto valoriale, lo sforzo verticale di elevazione di sé diventa il nuovo metro di giudizio. Queste caratteristiche fanno del culturismo una miniatura di gran parte della nostra società con i suoi pregi e difetti, proprio perché sorge nel suo terreno, ed è una delle sue più recenti espressioni.